Autore: Davide Zambon

Una delle carriere più redditizie, nell’Islanda dei tempi che furono, era quella dell’andar per mare. Tuttavia, per ottenere il diritto di salire su un peschereccio, avresti dovuto previamente cimentarti nel sollevamento di quelle quattro pietre che ancora oggi sono adagiate sulla morbida rena dello Djúpalónssandur, all’ovest. Se fossi riuscito a sollevare solamente la pietra Amlóði, Inutile, di 23 chili, ti saresti guadagnato la derisione degli Uomini Veri e un biglietto di ritorno per il pidocchioso e freddo villaggio nella palude dal quale speravi di affrancarti. Hálfdrættingur, Deboluccio, di 54 chili, Hálfsterkur, Mezzoforte, di 100, e Fullsterkur, Forte, 154 chili, ti avrebbero assicurato l’agognato posto a bordo, e percentuali crescenti del bottino di pesca.

Insomma: tanta più forza fisica avessi potuto esprimere, tanto più ti saresti potuto allontanare dalla deprimente vita pastorale dell’interno, dalla morsa dei debiti, dalle stagioni fatte di un susseguirsi totalizzante di ghiaccio, nebbie, pioggia e pecore malaticce, così come descritte dal fin troppo vivido Halldor Laxness.

Superato quello che secondo la carta è l’ultimo guado della giornata – e che guado: intenso, rivelatorio, fiaccante, con l’acqua torbida a muoversi veloce attorno alle cosce, i bastoncini che pescano male sul fondo di ciottoloni, la riva opposta che non arriva mai. Comunque: passato a fatica il Bergvatnskvist, srotolate le gambe dei pantaloni, rimessi gli scarponi: cammino. È la sesta ora di marcia, adesso, e ogni passo stanco e meccanico sprofonda di cinque centimetri, religiosamente, nello sbriciolio di polvere e piccole rocce aguzze di questa tavola infinita.

Dalla sua posizione sulle spalle, lo zaino, con i suoi 23 chili di schiacciante forza di gravità, mi rende perfettamente inutile. Il grosso delle mie energie sono consumate per contrastarne il peso.

Un vento omnidirezionale mi preme contro il viso e la gola, mi sbilancia, mi trattiene dal cadere: mi sballotta e mi tiene immobile allo stesso tempo.

Nella testa un enorme, avvolgente, hálfsterkur sentimento di chi me lo ha fatto fare. Ma sono parole non pronunciate, fiato che non è passato attraverso una gola che da un paio d’ore è evidentemente più calda di tutto il resto del corpo, comunque rovente anch’esso.

Arriviamo dove la pista si biforca in un incrocio a T da manuale. Verso sud, la nostra direzione, l’orrido Sprengisandur: nel medioevo, troll, spettri e la morte in persona ti avrebbero seguito, provando a ghermirti con mani avide. Magari non ci credevi, a queste favole da creduloni: ma avresti comunque lanciato il tuo cavallo a briglia sciolta, l’avresti spronato a sangue, facendolo arrivare quasi morto al sud pur di uscire il prima possibile da questo deserto di roccia schiantata, polvere e visioni.

Decidiamo di fermarci per la notte poco oltre l’incrocio. Ci sono volute due ore e mezza per percorre gli otto chilometri di piana desertica.

Guardo la lamina del lago color Tiffany perlaceo tagliare a metà l’orizzonte: il suolo grigio marrone, sotto, la montagna trapezoidale e scavata da infiniti canaloni, sopra. Il cielo è, per colore e densità, piombo. Sulla cima piatta della montagna troneggia un ripetitore della telefonia. Dietro di noi, poco distante, un convoglio di fuoristrada sprizza sassi e terriccio da sotto le ruote: hanno appena preso verso sud, e tempo di un’ora saranno a Nydalur, al rifugio. Doccia calda e ritemprante, cena calda e abbondante, letti dai materassi morbidi. 

Mi tolgo faticosamente lo zaino dalle spalle e mi ci accascio sopra, saturo di sensazioni tutte ugualmente intime e confuse. 

Sgancio la sacca con i teli della tenda e la porto a Marco, che ha già sfilato la paleria dal suo, di zaino. Gli faccio un cenno che dice che arrivo, ma mi serve un attimo. Deboluccio mi descrive bene: torno ad accasciarmi.

Abbiamo trovato questa depressione nera di limo glaciale, sessanta centimetri di conca sotto il livello della piana illimitata appena percorsa. Sembra un posto protetto dal vento: forse dormiremo senza troppo lo sbattere dei teli della tenda a disturbarci.

Chiudo gli occhi qualche minuto. Marco ha quasi montato la tenda: gli do una mano per gli ultimi ritocchi, ho i punti di contatto dell’accasciamento – avambracci e gomiti, culo, dietro-delle-gambe – sporchi di limo nero.

Ceniamo. Mi imbottisco di tachipirine per tentare di sedare la gola, scrivo sul diario. Poi sono dentro al sacco a pelo che guardo il soffitto della tenda, sono le undici e mezza passate – mi sento vispo, anche perché la luce arancione che filtra dalla tenda è pressoché diurna, eppure temo il formarsi di un raffreddore catastrofico, così in definitiva non riesco a dormire, mi prende l’ansia dei vestiti zuppi di sudore che nella notte non si asciugheranno, mi preoccupa il disagio che proverò domani quando me li metterò addosso, attillati per l’umidità, e c’è lo spauracchio contingente del finire-l’-acqua-durante-la-notte: dannazione – mi dico – dovevo prenderne di più al lago azzurro Tiffany perlaceo: anzi, il pensiero sul quale mi fisso è proprio questo. Anche perché stanotte tocca a Marco dormire dalla parte dell’uscita della tenda, e rompere il sonno del compagno-di-avventura per andare a prendere l’acqua non si fa, no-no.

L’indomani, a Nydalur, incontreremo di nuovo V., il minuto neozelandese che sta traversando in solitaria, che ci dirà che, sì, aveva visto quella depressione, ma aveva pensato che ci saremmo stati meglio noi, evidentemente affaticati, e aveva quindi proseguito per alcuni altri chilometri, arrivando a piantare il suo campo base nel cuore della temibile nuvola di moscerini glaciali incazzosi. 

È evidente: la portata epica di V., a differenza della mia, è fullsterkur, e sul peschereccio si meriterà i merluzzi migliori.


Davide Zambon nel 2009 ha percorso a piedi l’Islanda da nord a sud. Nel 2021 ha raccontato il suo viaggio in “Attraverso. Come ho attraversato l’Islanda a piedi durante l’estate più piovosa degli ultimi trent’anni” https://www.bagaglioleggero.it/attraverso/ (autopubblicato). Un racconto semiserio molto personale, che scivola senza fatica tra una miriade di piccoli avvenimenti raccontati in modo spiritoso e autoironico. Continua a raccontare le sue avventure di trekking sul blog Bagaglio Leggero https://www.bagaglioleggero.it/ .

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