Quando guardo una mappa per la prima volta, prima ancora di conoscere i luoghi descritti, provo un piacere feroce. Mi assale il bisogno famelico di conoscere il nome di ogni pianoro, ogni vetta, ogni borgata e ogni ansa della costa. Soprattutto quelli più lontani dalle strade. Se c’è un sentiero che ci arriva, con il dito disegno un itinerario e trattengo il fiato fino a quando non ho chiuso un anello.


Con la stessa foga di un cane chiuso in cortile che dalle inferriate del cancello vede due bambini giocare a rincorrersi, immagino come sarebbe essere lì, percorrere quel sentiero per me sconosciuto. Non il paesaggio, quello sarà una scoperta: cerco di figurarmi il senso di appagamento che mi darà la lunga fatica, e la sensazione di libertà e spensieratezza che proverò lungo il cammino.

Tutto questo riguarda le emozioni del programmare un itinerario, ed è forse l’unico aspetto che una mappa digitale non può soddisfare fino in fondo. Ma per tutto il resto, non possiamo nasconderlo, c’è la tecnologia. Oggi le mappe digitali sono un supporto formidabile durante tutte le fasi di un’escursione, dalla pianificazione all’orientamento sul sentiero. Come tutti gli strumenti, vanno usati nel modo corretto senza abusarne, senza attribuire loro funzioni che non hanno e riconoscendone i limiti. Ma con le dovute premesse sono ormai imprescindibili per un numero di trekker sempre più alto, dai neofiti alle guide.

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