Di Matthias Canapini vengo a sapere da un amico; mi suggerisce di seguirlo sui canali social. Fa cose interessanti, mi dice, cammina e scrive molto.
In effetti, ha al suo attivo otto libri scritti in poco più di quattro anni: una penna felice e produttiva, non c’è che dire.
Di lui, per iniziare, leggo Il passo dell’acero rosso, edito da Aras nel 2018, un racconto del suo peregrinare nelle zone del sisma che nel 2016 ha sconvolto il centro Italia. Un viaggio a passo lento, delicato, con la voglia di far emergere prepotentemente la voce delle persone e dei luoghi, la forza e la determinazione, ma anche la paura e la disperazione che, inevitabilmente, hanno assalito chi è rimasto.

Riporto un dei tanti pezzi che mi hanno colpito:
«(…) Cammino, finalmente. Solo. Sento per gli alberi quel rispetto che si ha per il mistero, per un elemento primordiale talmente grande da apparire impalpabile quanto l’universo guardo le montagne e tendo al cielo, fra luci, ombre e riflessi, come i faggi che ricoprono
la foresta silenziosa.
Aspetto il mio tempo, ma vado.
Strapparsi le ossa,
farne foglie.
Pungere la massa,
farne nuvole.
Dove cercare?
Cogliere il respiro del bosco,
scardinando il sentiero»
.
La mia curiosità è molta. Lo contatto per e-mail e gli chiedo se è possibile scambiare quattro chiacchiere e organizzare un’intervista. Mi risponde con gentilezza. Non avevo dubbi. Incontrarlo, seppur divisi da uno schermo, rafforza questa mia convinzione.

Comincio con una domanda facile per me, ma non so quanto per te. Chi è Matthias Canapini?
«Mi domando tante volte chi sono e cosa ci faccio qui. Credo di essere un minuscolo pezzettino di questo grande mosaico umano che ogni giorno ride, si dispera, piange, fa l’amore, mangia, dorme. Sono un essere vivente che tenta di fare ciò che lo rende felice, ossia raccontare storie, con l’occhio semplice di un testimone, senza sentirsi né fotografo, né scrittore, né reporter. Un essere umano di passaggio, in cammino verso un “altrove”, grato di ciò che ogni giorno la vita gli regala. Gioie e brutture. Mi sento parte di tutto e viaggiare mi ha fatto capire quanto questo tutto sia connesso, dall’albero al maiale, dalla mela al lago di montagna. Ho cominciato a viaggiare per raccontare storie all’età di 19 anni, subito dopo il diploma; oggi ne ho 28, di anni, e tento ancora di scrivere, restare a galla, vivendo qui e ora; chiedendomi quotidianamente, di fronte al dolore del mondo: io che cosa posso fare?».

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