I mesi invernali ci parlano di freddo, di temperature rigide, del bisogno di riscaldarsi.
La neve è forse il segno più caratteristico e comune dell’inverno, nonostante il global warming in atto. In questi ultimi inverni la neve da noi scarseggia o è assente in pianura,
ma continua a imbiancare i luoghi di montagna, dove – per ora almeno – si seguita a sciare e a praticare gli sport consentiti dalla copertura nevosa durante i mesi invernali e primaverili.
I poeti sono sempre stati attratti dalla neve e sensibili alle molteplici suggestioni che essa induce, anche per la varietà di modi con cui la neve si manifesta, cade, si distende al suolo e si scioglie.
Nell’ultimo canto del Paradiso Dante, per indicare il venir meno della sua visione di Dio, evoca con una mirabile similitudine il processo attraverso cui la neve si scioglie al sole: “Così la neve al sol sidisigilla” (XXXIII, v.64).
Nel Novecento, Boris Pasternàk è forse il poeta che ha parlato in modo più coinvolgente della neve, quel manto bianco che caratterizzaper lunghi mesi il paesaggio della Russia e che condiziona ampiamente la vita di chi vi abita.
Nella composizione che segue (“La neve cade”, in Poesie, Einaudi 2001), il poeta ci fa assistere alla caduta della neve che viene giù dal cielo densa e sovverte le apparenze
di ogni cosa, le mette in subbuglio e suggerisce immagini singolari,
come quella della volta celeste che sembra scendere a terra:

La neve cade, la neve cade.
Alle bianche stelline in tempesta
si protendono i fiori del geranio
dallo stipite della finestra.
La neve cade e ogni cosa è in subbuglio,
ogni cosa si lancia in un volo,
i gradini della nera scala,
la svolta del crocicchio.
La neve cade, la neve cade,
come se non cadessero i fiocchi,
ma in un mantello rattoppato
scendesse a terra la volta celeste.
[…]
Densa, densissima la neve cade.
E chi sa che il tempo non trascorra
per le stesse orme, nello stesso ritmo,
con la stessa rapidità o pigrizia,
tenendo il passo con lei?

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