di Gian Antonio Gilli (estratto dalla rivista Camminare n. 83 luglio-agosto 2020

È lo sguardo che l’alpinista si regala dalla cima di una montagna appena salita. Ma, ahimé, si tratta spesso un sguardo appropriativo, che passa in rassegna
e cataloga i luoghi sottostanti. Talvolta comporta stupore e ammirazione,
ma raramente è capace di generare visioni e trasfigurare ciò che si imprime sulla retina dell’osservatore. Sembra invece che tutta la poesia visionaria
nasca da uno sguardo orizzontale, che interagisce alla pari con ciò che vede

Per millenni, fino all’invenzione della mongolfiera, una visione dall’alto è stata possibile solo dalla cima di un monte, o da un’altura. Fra tutti questi “sguardi dall’alto”, uno dei più noti, nell’antichità, fu quello vantato da un re di Macedonia (siamo nel II sec. a.C.): dalla cima dell’Emo, un monte della Tessaglia, il re sarebbe riuscito a vedere, a ovest il mare Adriatico, a est il Mar Nero. Sedici secoli dopo, il 26 aprile 1336, un grande poeta, Francesco Petrarca, salì il Monte Ventoux (1912 m), a poca distanza da Avignone. Anche se è poco più di una bella camminata, questa salita è entrata nella storia dell’alpinismo – non, evidentemente, per ragioni tecniche, ma perché le motivazioni dell’ascesa, anziché essere economiche o militari, erano semplicemente il piacere dell’ascesa, e l’aspettativa della vista che di lassù si sarebbe goduta.
Petrarca conosceva la storia del re Macedone, e dalla cima del Ventoux, pur segnalando lo «spettacolo grandioso», sembra sia stato soprattutto attento a fin dove arrivava la vista. A est, vide (con viva nostalgia per l’Italia) le Alpi «gelide e innevate»; a sud, il mare di Marsiglia e di Aigues Mortes; a ovest, non riuscì a vedere, come invece si aspettava, i Pirenei, ma attribuì questo insuccesso alla debolezza della vista. Vide anche, sotto di sé, il nastro lucente del Rodano, e lo colpì «la vista delle nubi sotto i nostri piedi».

0 0 vote
Article Rating
Condividi
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments