Qualche riflessione nei giorni della ripresa
dopo il lockdown

Editoriale della Rivista Camminare n. 83 luglio agosto 2020

Finito il lockdown, la vita è tornata a scorrere e ha assunto una parvenza di normalità. Salvo contrordini, usando il buonsenso e le necessarie precauzioni, la quotidianità dovrebbe poter riprendere a poco a poco il suo corso. Per intanto abbiamo ricominciato tutti a uscire, a muovere piedi e gambe sul serio, mettendo da parte la finzione – noiosissima – della ginnastica casalinga sul tappetino, più simile a una medicina amara che a un rimedio capace di rasserenare la mente.
Ma è bastato socchiudere la porta (al momento, di spalancarla ancora non se ne parla), per scoprire che tutte le elucubrazioni su come sarebbe cambiato il mondo al termine della pandemia sono diventate vecchie di colpo. Non che non siano state utili. Le riflessioni e i ragionamenti che rimbalzano da un individuo all’altro, arricchendosi di contenuti a ogni passaggio, sono fondamentali per disegnare il futuro. Ma è come se fossero invecchiate tutte in un attimo, perché oggi gli avvenimenti si allineano sotto i nostri occhi in maniera disordinata, senza un criterio, scanditi dall’affanno di recuperare il tempo perduto. Viene da pensare che la privazione della libertà di circolare sia stata deleteria, sul piano dell’apprendimento. Come dire che, quando si è in cattività, non si impara nulla; casomai si cerca di resistere.
Per vedere un reale cambiamento nel mondo che ci sta intorno, che tutti immaginavamo imminente, bisognerà attendere ancora. Quanto? Ne riparleremo quando sarà passata l’ondata di euforia che è iniziata al termine delle misure di restrizione. A quel punto occorrerà riprendere in mano le illusioni in cui un po’ tutti ci siamo cullati, misurarle sulla realtà, e provare a dare una svolta al corso delle cose. Ma certo non si potrà improvvisare, e nemmeno pensare che qualche scelta individuale capace di anticipare il futuro sia sufficiente a modificare davvero e in profondità il corso della vita del Paese, dal momento che tanti, troppi, continuano a lavorare per far sì che il ritorno alla normalità sia la fotocopia di quanto avveniva nel recente passato.
Per cambiare davvero le cose – nel nostro caso gli stili di vita, il comportamento quotidiano, i consumi, l’approccio con l’ambiente naturale, il mondo là fuori, l’attività sportiva, il lavoro, il nostro album immaginario – non possiamo affidarci al caso, alla speranza e ai sentimenti. Dobbiamo lavorare tutti insieme. Immaginare un progetto. Spiegarlo a noi stessi e agli altri. Uscire dalla nostra zona di comfort. Imparare a utilizzare in maniera consapevole e adeguata gli strumenti della critica. Rimanere lucidi, senza privarci della capacità di accogliere bellezza, stupore, meraviglia, e abbandonare gli atteggiamenti rinunciatari. Liberare lo sguardo. E lasciarci invadere dalla passione civile e da un po’ di sano egoismo di sopravvivenza (capace di farci rinunciare alle chimere del solo interesse economico, per privilegiare la salute e il benessere).
Per quanto ci riguarda, nel nostro piccolo ricordiamoci che la pratica del cammino nell’imminente futuro diventerà un’attività sempre più importante. Si trasformerà in testimonianza, oltre che in segnale di svolta. A volte i gesti più umili, ripetuti con amore e costanza, hanno effetti inimmaginabili sulla psiche collettiva.
Lo abbiamo constatato in molti, nei giorni scorsi, anche nel pieno dell’ondata di follia collettiva che ha spostato flussi enormi di auto dalle metropoli verso le montagne, con migliaia di persone in cerca di evasione, desiderose di scaricare ansia e tensioni.
In quei giorni, anche in mezzo alla confusione – e credo di non essere l’unico ad averlo notato – era facile accorgersi di una convergenza di sguardi, carichi di stupore, verso chi vestiva i panni del camminatore, oppure fiancheggiava la strada con pedule e zaino, o nei confronti di chi, in lontananza, intensificava il ritmo di marcia con robuste falcate e vigorose spinte sui bastoncini.
Insomma, la gente che si muoveva a piedi suscitava interesse e desiderio. E mi è capitato di pensare che forse non c’è mai stato momento migliore per capire come la gratuità di un gesto antico quanto l’umanità – il camminare – possa scivolare nella categoria dell’autentica utilità e della vera necessità.

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