Vista dal rifugio San Pellegrino in Alpe (Foto Silvano Sala)

di Oreste Verrini

A zonzo sulle antiche vie pedonali della montagna alla ricerca
delle opere del maestro medievale. Un bel modo per soddisfare
la curiosità storica ma anche per cercare il senso profondo di antiche tele che risalgono alla metà del Quattrocento e che sanno ancora affascinare
il camminatore contemporaneo

«Vai a Borsigliana: il trittico di Pietro da Talada ti sbalordirà». Ricordo le parole esatte, non chi mi diede il suggerimento. Accantonai il consiglio; avevo priorità diverse, e mi concentrai su altro. A distanza di anni, l’idea di andare a visitare l’opera si fece più insistente, divenne quasi un’ossessione. Quasi. L’idea, seminata con quella frase, germinò nel tempo fino a quando, divenuta una solida pianta, condizionò insistentemente, e per periodi sempre più lunghi, i miei pensieri. Nel momento in cui non ci fu più spazio per altro, decisi di partire.

La Madonna con Bambino, particolare (ph Silvano Sala)

E oggi, seduto al bar di Talada – piccola frazione del Comune di Ventasso, in provincia di Reggio Emilia – accerchiato da un gruppo di vecchietti chiassoso e divertente, prigioniero di chiacchiere e battute, mi appresto a tras­- correre qualche giorno sull’Appennino tosco-emiliano inseguendo Pietro e le sue opere.
Ho letto gran parte di quanto è stato scritto sul pittore, ho cercato di indovinare chi fosse, quali sentimenti lo muovessero, che carattere avesse. L’ho chiesto agli studiosi più esperti, quelli che hanno passato più tempo di me a studiarne le opere e a indagare sul suo scarno, quasi assente, passato. Ho aperto una mappa, più di una in effetti, e con l’indice, a volte una matita, ho cercato di unire i pochi punti fermi; il paese natale, le chiese dove sono custodite le opere. Ne è uscito un percorso fatto di sentieri, guadi, mulattiere, asfalto, ponti romani, mulini, chiese e castelli. Tutto il meglio che potessi trovare.
Parto in corriera, una mattina grigia e fredda, con più voglia di tornare a letto che di mettermi in viaggio. Abbandono rapidamente la Lunigiana, dove abito. Con altrettanta velocità saluto la prima parte della provincia emiliana, quella a ridosso del Passo del Cerreto, per intenderci. Poi, tra un cambio corriera e l’altro, mi ritrovo a Talada. È comparso il sole, l’umore è migliorato, e ora devo solo decidermi a salutare i miei carcerieri. Peccato, però: è troppo divertente rimanere seduto a chiacchierare con loro.
Alla fine, seppur con tanto rimorso, rimandando il più possibile, m’incammino. E, mentre comincio a muovere i primi veri passi di questo viaggio, penso a Pietro da Talada. Chi era?
Di lui, vissuto a metà del 1400, non si sa nulla: si conosce solo il nome e la provenienza, Talada; ma si tratta di una deduzione, più che una certezza. Quel Petrus da Talata, vergato sul quadro Madonna col Bambino di Rocca Soraggio – piccola frazione del Comune di Piazza al Serchio in Garfagnana – ora custodito nel Museo di Villa Guinigi a Lucca, potrebbe voler dire altro, indicare il nome di una famiglia. Sta di fatto che gli studiosi hanno individuato il borgo, Talada, ipotizzando che Pietro possa essere nato, oppure cresciuto, proprio in quel piccolo agglomerato di case, divenuto però negli ultimi anni un luogo piacevole per vivere.
Del pittore medievale rimangono le opere, quadri magnifici, luminosi e colorati, con grandi bordature in oro. La protagonista è sempre la Madonna, con Gesù in braccio; altezzosa, fredda, spesso distaccata, solare e premurosa in poche altre occasioni. Eppure, quei dipinti, per quei luoghi e quei tempi, rappresentano un evento eccezionale, da sottolineare e, perché no?, da celebrare. Nessuno aveva mai dipinto così.
Tra un pensiero e l’altro arrivo a ridosso del fiume Secchia; devo guadare, non ho alternative. Via gli scarponi, lego i lacci e li passo sul collo facendoli penzolare sul petto. Via le calze; le infilo in tasca. Arrotolo i pantaloni fino al ginocchio; penso basti: la profondità dell’acqua non sembra eccessiva. Non basterà; dall’altra parte, seduto su un sasso scoprirò di aver inzuppato ben bene la stoffa.
La salita sembra non finire mai; a ogni tornante credo di vederne la fine, e invece nulla; arrivo a Cerrè Sologno dopo un’ora abbondante. Solo a Castellaro, un borgo di poche case, scoprirò di aver percorso la via più lunga. Ecco perché non arrivavo mai. Mi fa questa confessione l’unico abitante del borgo; candidamente, mi segnala che ci sono altre vie per salire dal fiume, più brevi, meno ripide, più belle, meno faticose.
In questo tratto iniziale percorro quella che immagino sia stata la via di fuga di Pietro, una fuga dal passato e dal luogo natale. Il percorso è sconosciuto; supposizioni e ipotesi hanno costellato la scelta dei borghi. Nessun quadro è presente da questo lato del versante appenninico. Che sia un caso? Pietro non dipinse mai nei luoghi che gli diedero i natali? Oppure dipinse, ma nessuna opera è riuscita ad attraversare i secoli? Tante domande, nessuna risposta. Ipotesi, suggestioni, solo quelle.
Forte delle mie valutazioni, attraverso Primaore, un bosco silenzioso e avvolgente, e parlo per quasi un’ora con una signora solitaria, curiosa del mio camminare e bisognosa di parole. Arrivo a Piolo. per poi salire a Montecagno, a Casalino e infine a Ligonchio. Borghi ben tenuti, spesso poco abitati, segno di un Appennino sempre più solo, spesso dimenticato, relegato a un ruolo marginale. A Ligonchio passo un bel pomeriggio, per lo più con Silvano Scaruffi. Scrittore assai bravo, Silvano mi ha aperto le porte di casa sua, mi ha offerto il caffè e mi ha reglato qualche ora di chiacchiere e spensieratezza.

Lago Pontecosi (Foto Silvano Sala)

mattina presto salgo a Passo Pradarena immaginando, lungo sentieri arrossati dai colori autunnali, di avere al mio fianco il pittore, magari a dorso di mulo, forse con le sacche piene di colori e pennelli. Forse ancora piccolo, insicuro e spaesato, incerto di quello che sarebbe diventato. Le grandi città l’aspettavano? Lucca o, forse, Firenze? Per imparare un mestiere, diventare grande e scegliere la propria strada?
Non so rispondere, ancora una volta. Eppure l’idea di sentirlo vicino, di percorre, seicento anni dopo, le stesse strade mi fa sentire meno solo. Un compagno silenzioso, certo, capace di spingermi delicatamente quando le gambe non hanno più voglia di muoversi, quando la testa dice basta e mi suggerisce di fermarmi e tornare a casa. Pietro sta lì, al mio fianco, sorride e con un cenno del capo fa segno che è ora di andare. Non posso deluderlo e rimanere indietro. Ogni volta rimetto in moto le gambe, allontano i pensieri negativi e proseguo.
Sillano, in Garfagnana, segna il termine della mia giornata di marcia; arrivo proprio a ridosso di un temporale al quale sfuggo riparandomi in un bar. Da questo lato dell’Appennino seguirò le opere del pittore, visitando le chiese e i borghi in cui Pietro ha lavorato, lasciando in eredità le sue opere. Non un percorso lineare; più un percorso pieno di angoli, curve, tornanti. In Garfagnana, Pietro visse, creò, dipinse, si fece conoscere e, con molta probabilità, trascorse una vita più agiata rispetto ai propri compaesani. L’artista sapeva scrivere (a quel tempo non era così scontato…), e le frasi riportate sui quadri lo testimoniano.
Il giorno dopo sono a Borsigliana, alla chiesa di Santa Maria Assunta. Per la prima volta vedo dal vivo un quadro di Pietro. Il trittico, quello tanto pubblicizzato e decantato, non tradisce. La doratura luccicante, direi abbagliante, mette soggezione e attira come una calamita, o forse come un faro nella notte. Rimango per diversi minuti in semplice contemplazione, colpito dai colori accesi, dai particolari e dai molti segni allegorici.
Altri chilometri, paesi attraversati e un tesoro cercato e non trovato. Livigliano, Piazza al Serchio, Casciana e poi Cascianella. In questa località, passo dei piacevoli minuti a chiacchierare con uno dei pochi abitanti. Passeggiamo per le stradine, incrociamo portoni sprangati, finestre malmesse e cascanti, tetti crollati e tanto silenzio. L’uomo parla, mi racconta la storia e gli avvenimenti degli ultimi anni; la mia presenza è un piacevole diversivo alle sue giornate. Quando ci salutiamo, realizzo di aver passato con questa persona, di cui non conosco il nome, più di un’ora. Ancora pochi chilometri; attraverso Casatico e arrivo alla chiesa di Vitoio dove, per la seconda volta nello stesso giorno, posso ammirare un polittico di Pietro.
Il giorno dopo, accompagnato da alcuni amici, percorro questa parte di Garfagnana scoprendo percorsi mai visti prima: Rocca Alberti, il ponte romano sul Serchio, poi una bellissima sorpresa: passeremo sul ponte della ferrovia, uno dei più bei ponti dell’intera tratta ferroviaria Aulla-Lucca. Un camminamento pedonale a fianco della strada ferrata permette di attraversare di nuovo il fiume. Il passaggio è emozionante, piacevole e indimenticabile. Peccato non passi un treno.
A Villetta San Romano, poco dopo, facciamo una pausa. Chiacchere e sorrisi in compagnia di persone con le quali cammino sempre volentieri. Beviamo un caffè e partiamo per l’ultimo tratto del percorso odierno, una bella strada bianca che mi porterà in Giappone – e chi si aspettava fosse così vicino – e poi a Corfino. Qui, nel Santuario della Madonna del Perpetuo Soccorso, vedo un quadro di Pietro da Talada. Nella chiesa buia, illuminata da poche candele fumose, con il solo quadro illuminato da luci dedicate, mi prendo il giusto tempo per osservare con attenzione i colori e le forme del disegno. Corfino mi piace; sa di frontiera, di luoghi tenacemente abitati, quelli in cui puoi trovare ancora tutto; ci sono alberghi, b&b, qualche affittacamere. Ci sono bar e alimentari. Luoghi che sopravvivono grazie alla caparbietà degli abitanti, alla voglia di rimanere e costruire ancora qualcosa. «Vogliamo mantenere vivo il nostro mondo, la nostra storia e le nostre tradizioni» sembrano dire i volti delle persone che incontro.
Il giorno dopo mi aspetta una camminata davvero impegnativa, con tanti chilometri e tanti metri di dislivello. Parto di mattina presto, con il termometro che segna -7°C, assieme a qualche amico sopravvissuto alla giornata di ieri. Passiamo il ponte Attilio Vergai, il più alto d’Europa al tempo della sua costruzione, il 1933. Passarci sopra, seppur a piedi e con molto spazio a disposizione, è una bella esperienza. La mia paura delle altezze è messa alla prova, non c’è che dire.
Scendiamo a Villa Collemandina e poi saliamo a Castiglione di Garfagnana, per scendere di nuovo in prossimità di Pieve Fosciana. Ci aspetta il tratto più duro dell’intera giornata: salire fino a Sillico. Lo facciamo percorrendo un bel sentiero nel bosco, passando su un ponte tibetano, per fortuna a pochi metri dal torrente, per poi salire lungo una strada bianca tra olivi secolari. Pare di essere in un giardino.
A Sillico riposiamo qualche minuto; recuperiamo il fiato e equindi ci tuffiamo nell’ultimo tratto del percorso, fino all’eremo di Capraia.
Sorpresa! Andiamo in macchina, risparmiandoci gli ultimi tre chilometri di inutile asfalto. La vista della costruzione lascia senza fiato, e non posso dire per colpa della salita. L’edificio sullo sperone di roccia invita alla contemplazione e allo studio. Il silenzio avvolge ogni cosa come un velo leggero. Chissà se è proprio questo il motivo per cui la Madonna e il Bambino sono impegnati a leggere; lei alcuni versi dei salmi, lui un abbecedario. Che Pietro abbia voluto sottolineare la predisposizione del luogo e rimarcarne le caratteristiche?
Rientro a Castelnuovo di Garfagnana che ormai è notte.
Il giorno dopo, l’ultimo, salgo a Isola Santa, visito il borgo e passeggio lungo il lago. Le acque hanno un colore verde davvero stupendo. I resti di alcune costruzioni, visibili sul fondo del lago, poco profondo in quei punti, completano un quadro di rara bellezza. Mi sposto in corriera. Dopo aver iniziato il viaggio con quel mezzo, ho trovato giusto chiudere il cerchio e concludere allo stesso modo. La corriera sbuffa lungo una strada rubata alla montagna, tutta curve, saliscendi e tornanti. Gallerie scavate nella nuda roccia ci fagocitano per poi risputarci dall’altra parte.
La pieve di Santa Maria Assunta, collocata all’inizio dell’abitato di Stazzema, è la meta finale. L’omega del mio viaggio. In una navata buia, silenziosa e fredda, nei pressi dell’altare maggiore, osservo l’ultimo quadro di Pietro. A differenza degli altri quadri, la Madonna è sola, nel momento dell’ascesa al cielo, circondata da un gruppo di angeli. Rimango qualche minuto in rispettosa contemplazione. Vorrei poter veder meglio i colori, peccato per la poca luce a disposizione. Poi, sommerso da un flusso di sentimenti contrastanti, volto le spalle, mi incammino verso la lama di colore proveniente dalla porta ed esco.
È ora di tornare a casa.

Articolo tratto dalla Rivista Camminare n. 60 Agosto-Settembre

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