Ponta do Sol - Isola Capoverde (Foto Archivio Anthora)

di Ermanni Pizzoglio e Valeria Tonella (Anthora).

Alla scoperta della più settentrionale (e più occidentale) delle isole capoverdiane, scoperta nel 1462 dall’esploratore portoghese Diogo Alfonso e abitata solo
a partire dalla metà del 1500. Poco più di 47.000 abitanti, appartiene al gruppo di Barlavento

Un viaggio a Capo Verde lascia un segno profondo nel cuore di chi sa apprezzare l’autenticità di un luogo e delle persone che vi abitano.
Bom dìa, tot dreit? (Buon giorno, tutto bene?) è il saluto che tutti si e vi rivolgono.
Una stretta di mano è d’obbligo, altrimenti si manca di rispetto all’interlocutore, e poi il racconto del tempo passato in Europa, per lo più in Olanda ma anche a Roma o in altri posti. Vita dura di emigrante. Perché le condizioni di vita sono ancora difficili, soprattutto a Santo Antão.
Mindelo (isola di São Vicente, con l’aeroporto internazionale dove tutti arriviamo) è un trait d’union con l’Occidente. Negli ultimi anni i servizi si sono enormemente sviluppati, con una classe media benestante, ragazzi con le cuffiette, il cellulare e lo zainetto che escono vocianti dal liceo come in qualsiasi città europea, e i barrios fuori dal centro che ospitano povere favelas dove a volte scoppiano guerre tra bande, come nelle metropoli sudamericane.
Il mercato del pesce è la prima finestra verso un mondo ancora legato a doppio filo alla natura. Se il mare è troppo agitato, fatto non insolito in inverno, i banchi sono vuoti. Altrimenti è tutto un brulicare di pesci che arrivano dal molo, passano di mano dai venditori ai clienti, per poi essere puliti dalle mani sapienti degli specialisti. Da qui parte la nostra esplorazione di Mindelo, con le sue case signorili ricche ed europee, i locali alla moda, la bella spiaggia di Laginha, parte di un progetto di riqualificazione turistica della città. Ma non ci fermiamo qui.
Oggi il mare è calmo e la traversata del Mar ’d Canal è facile. All’arrivo a Santo Antão, è il monumento A Mae ad accoglierci. È il monumento all’emigrante, una madre che tiene per mano un bambino e che sventola un fazzoletto di saluto al marito, figlio, fratello che sta partendo. E poi la folla di aluguer (così si chiamano i taxi qui), di venditrici di mele e di formaggette di capra in cima alla scala sopra la stazione marittima. Così inizia la scoperta di quest’isola che è una montagna in mezzo al mare. Paradiso per gli escursionisti, preservata dal turismo di massa perché non ha spiagge.

Sao Pedro – Aggiustando le reti (Foto Archivio Anthora tratta dalla Guida CAPOVERDE di Ermanno Pizzoglio e Valeria Tonella)


Le strade sono ancora in costruzione, alcune zone dell’isola si raggiungono solo con sterrati impegnativi. È degli anni Sessanta, grazie alla cooperazione italiana, la prima arteria che collega i due lati dell’isola attraverso la montagna. Arrampicandosi fino a 1500 metri del Pico da Cruz lungo l’arido versante sud alle spalle di Porto Novo, per poi discendere tra strapiombi vertiginosi verso Ribeira Grande. L’attività dei vulcani in questa parte dell’isola ha lasciato creste affilate e dicchi dei colori più vari. Una meraviglia per l’escursionista, ma anche per il fotografo e il geologo.
La Corda, così si chiama la strada, a volte ricorda proprio in filo teso tra due contrafforti, con strapiombi vertiginosi che in certi casi superano anche i mille metri. Attraversare l’isola su questa strada, interamente pavimentata con cubetti di basalto nero è già un viaggio. Ma per noi è solo un inizio.
Ormai conosciamo molto bene l’isola e sappiamo incontrare e farne scoprire le sue peculiarità e differenze. Gli ambienti, le colture ma soprattutto le persone, con il loro sorriso accogliente, che incontriamo e rivediamo volentieri a ogni ritorno. Sodade canta Cesaria Evora, che non è solo nostalgia per la terra lasciata ma è anche la certezza che ti aspetta. «Se mi scrivi, ti scriverò. Se mi dimentichi, ti dimenticherò ate o dìa kibo volta» – non per sempre ma fino al giorno del tuo ritorno. E così chiedono perché l’anno scorso non ci siamo visti…
Questo sorriso, quest’accoglienza sempre discreta e autentica fanno sembrare meno dura la vita in quest’isola dove tutto è in salita. Shirley, che ha sei anni, cammina più di un’ora tutti i giorni da sola dalla Bordeira de Norte per raggiungere la sua pluriclasse dove incontra altri sette bambini come lei. L’educazione è una priorità del governo; le piccole scuole isolate sono ancora una realtà, e a volte sono aperte per una manciata di bambini. Da quest’anno è stato introdotto lo studio dell’inglese e del francese, ma a volte è difficile quando nella stessa aula ci sono venti bambini tra la prima e la sesta.
Entriamo in qualche scuola. I bambini sono tutti ordinati, ben pettinati, disciplinati, con indosso il grembiulino blu di ordinanza e, come tutti i bambini del mondo, sono timidi, vivaci, maliziosi, curiosi. Lì per lì ti sembra di invadere il campo al profesore (o alla profesora), così si chiama il maestro. Invece no. Perché vogliamo condividere con loro qualche immagine di una piccola scuola italiana di montagna. Il display del mio cellulare cattura gli occhi furbi e curiosi dei bambini. E allora, per reciprocità, registriamo un piccolo video in cui ricambiano il saluto «Ciao meninos italianos, ciao Zumaglia!». Presto andremo a Zumaglia a portare i risultati di questo scambio.
Dove c’è acqua, anche i più piccoli fazzoletti di terra appesi alla montagna sono terrazzati e lavorati. Da qualche parte si comincia a vedere l’abbandono. O perché l’acqua scarseggia o perché la famiglia è emigrata e nessuno cura più quel pezzo di terra che è stato il sostentamento per generazioni. Le cose stanno cambiando e la speranza è che si sviluppino progetti per mantenere le persone là dove sono nate, migliorando servizi e qualità della vita. La luce elettrica c’è ovunque, a volte traballante ma ovunque. I presidi medici sono molto basici e la sanità non è gratuita.
La canna da zucchero, che ha come solo sbocco la distillazione, ha sostituito molte colture. Ma è un business povero, locale. Ci sono progetti che stanno valorizzando la coltivazione del caffè di buona qualità e in molti campi si inizia a vedere l’irrigazione goccia a goccia. E questo è un segno importante. Alto Mira, raggiunto da una strada cubettata inaugurata nel 2012 è un esempio di questo. Si sta sviluppando l’accoglienza turistica, l’agricoltura è ricca e l’accesso stradale ha contribuito al resto. Anche da qui si parte per un lavoro all’estero magari poco qualificato, ma poi si ritorna, con i risparmi di una vita, per trascorrere la vecchiaia nel paese natale.

Le più belle escursioni a Santo AntãoL’isola è il paradiso per gli escursionisti. Ovunque vi sono antiche mulattiere che collegano le valli o costeggiano il mare, per mettere in comunicazione villaggi, abitazioni isolate, accessi al mare spesso improbabili.
Tra le escursioni più significative e frequentate vanno menzionate:
• la traversata costiera da Cruzinha da Garça a Fontainhas, passando dal piccolo abitato di Formiguinha, dove ancora abitano 40 persone e c’è una scuola;
• la Ribeira das Patas, da Chã de Morte ad Alto Mira III, con i fantastici dicchi e le piccole terrazze coltivate;
• il sentiero costiero da Tarrafal a Monte Trigo, tra le colate di lava del Tope da Coroa (1979 m), con il mare tranquillo sottovento e la possibilità di rientrare in barca;
• la discesa dalla Cova a Villa das Pombas, nella Ribeira di Paul, dove si trovano le più belle e più grandi dragoeire (Dracaena drago) dell’isola;
• la discesa dal Pico da Cruz a Ribeira de Janela, lungo sentieri su creste affilate e mulattiere ben mantenute.


La parte nord dell’isola è sotto l’influenza dell’aliseo. C’è acqua in abbondanza ma ogni bordeira (vallata) è differente. La più ricca è sicuramente la Bordeira di Paul, che termina a Villa das Pombas, con la statua di San Antonino che domina il piccolo borgo. Ma anche la Ribeira das Patas, la valle delle patate, non ha nulla da invidiare. La coltivazione prevalente qui è la patata, inglesa (normale) o dolce, che disegna geometrie precise e regolari particolarmente in evidenza durante l’irrigazione giornaliera delle strette terrazze coltivate.
Partendo dall’alto dell’isola, dal cratere della Cova – dove c’è la sorgente d’acqua migliore di tutta l’isola – o da Pico da Cruz, e scendendo verso il mare, si attraversa la più grande varietà di vegetazione e di climi. All’inizio s’incontrano i pini e non è raro che le nuvole di passaggio si condensino in rapide pioggerelline, brevi ma a volte anche violente. Poi ci sono gli eucalipti. E si scopre la meraviglia delle mulattiere che ancora oggi sono l’unica via di comunicazione per giungere a case isolate e ad alcuni villaggi aggrappati alle pendici di quella montagna straordinaria che è Santo Antão.
Ogni volta che torniamo ritroviamo quell’atmosfera, quel calore e quell’accoglienza che ci hanno rubato il cuore la prima volta. E ogni volta abbiamo paura che la successiva non sarà più così.

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