di Paolo Ciampi

Cracovia e Varsavia, la Vistola, le città medievali e quelle rinascimentali. Ma anche e soprattutto la natura, con i boschi, i laghi, le casette rurali in legno e i carri di fieno. E poi le montagne e la selvaggia catena dei Tatra, e infine il Baltico.
Con i mezzi pubblici, a piedi, ma soprattutto in sella alla bicicletta: tra piste in terra battuta e strade forestali c’è da pedalare per più di 3000 chilometri

voi cosa ne sapete della Polonia? Ricordo ancora la volta che gettai la domanda sul tavolo del pub dietro casa, dove con gli amici di sempre capita di progettare viaggi, qualcuno dei quali poi finiremo per fare. Era qualche tempo fa e provocai gran dibattito. Chi rammentò Chopin più un paio di scrittori, chi buttò lì la vodka, chi tirò fuori il colpo di stato di un generale con gli occhiali come fondi di bottiglia. Chi si contentò di Auschwitz o del Papa di Cracovia – troppo facile così. Certo c’era anche il cinema, con pellicole non solo per incalliti cinefili. E quella squadra che nei mitici Mondiali del 1974 aveva incantato il mondo, tra l’altro facendo fuori una modesta Italia: una formazione dai nomi impossibili che un paio di noi sapevano ancora recitare come una sorta di mantra.
Da non crederci, però: nessuno di noi, persone che consumavamo i polpastrelli girando un mappamondo virtuale a caccia di destinazioni, aveva preso in considerazione la Polonia per un viaggio. Strano, come sono in genere strani molti aspetti delle relazioni tra Italia e Polonia: due paesi che storicamente si sono più volte intrecciati ma che è come appartenessero a una diversa geografia dell’immaginario. Così curiosamente connessi da provare persino qualche imbarazzo. O da azzardare qualche rimozione.
Pensare che i polacchi hanno combattuto a Montecassino per liberare l’Italia e ancora rammentano con affetto la loro regina italiana, Bona Sforza. Pensare che tra i pochi vocaboli per noi intelligibili della loro lingua così ispida ci sono quelli che indicano le verdure, ripresi proprio dall’italiano. Pensare che Italia e Polonia sono gli unici due paesi al mondo a citarsi reciprocamente nei loro inni nazionali.

La città rinata. Il centro storico di Varsavia, splendidamente ricostruito dopo le distruzioni della guerra

Pregiudizi e  luoghi comuni
E dunque perché andare in Polonia? Ai tempi mi sa che prevalevano pregiudizi e luoghi comuni. Paese triste, piatto, monotono, difficile, poco ospitale. Certo qualche giorno a Cracovia, perché no? Magari con annessa una doverosa visita ad Auschwitz o a un altro dei luoghi segnati dalla criminale follia del Novecento. Forse una puntata a Danzica. Quanto a Varsavia, meglio di no: non è stata tutta distrutta dalla guerra?
La realtà ovviamente era ed è diversa. Senza dimenticare che la Polonia, tra tutti i Paesi dell’Europa che un tempo era socialista, è quello che più sta cambiando. Non mancano certo le premesse per un viaggio importante. Anche per chi non punta solo su una o più città d’arte, ma piuttosto su un’esperienza lenta, con i propri piedi o sulle due ruote. C’è da sbizzarrirsi, tra le cime dei Carpazi al sud e le dune del Baltico al nord.
Davvero, nel caso l’imbarazzo è quello della scelta, anche per chi cerca un cammino di grande fascino, ma meno scontato. Perché non gli Alti Tatra, tra Polonia e Slovacchia con le loro dodici cime che superano i 2400 metri e i paesaggi alpini nel paese dove meno te li aspetti? O forse è meglio lo Szlak Orlich Gniazd, il sentiero dei Nidi d’Aquila, che da Cracovia, attraverso i villaggi e i castelli della Malopolska, raggiunge Czestochowa, la capitale spirituale di Polonia? O perché no il Cammino di Santiago?
Sì, ho scritto bene, non mi sono confuso: il cammino di Santiago, anche qui in Polonia, a migliaia di chilometri dalla Galizia. Prova provata di un’Europa che esisteva già secoli fa, molto, molto prima di ogni trattato comunitario. Il culto di San Giacomo ma anche i passi di milioni di persone. L’Europa è nata con il pellegrinaggio, diceva Goethe. Con quei cammini che ancora oggi la attraversano e in qualche modo la tengono insieme. Forse bisogna andare così lontano, per trovare ciò che non era nelle previsioni e capire che in effetti si tratta di una conferma.

La regione dei Laghi Masuri
Lunga premessa, per poi dire che tra tutte le possibilità della Polonia ce n’è una che mi sento di consigliare vivamente, anche se non so se faccio davvero bene: è un posto meraviglioso, anche perché finora ha saputo preservarsi dal turismo dei grandi numeri, magari parlandone contribuirò a sciuparlo.
Masuria – o Laghi Masuri, se si preferisce, giusto per richiamare subito la straordinaria caratteristica di una terra che si mescola all’acqua nei modi più vari. Uno pensa alla Finlandia – e fa bene – ma questo lembo di Polonia non scherza: chi dice 2500 chi dice 4000 laghi, il numero nemmeno importa, ovunque acqua e terra giocano tra loro, si perdono e si ritrovano.
Masuria, 300 chilometri a est della Vistola, grande via d’acqua che sembra la spina dorsale – una spina dorsale curiosamente liquida – della Polonia. In prossimità delle Repubbliche Baltiche e di quella enclave russa che ha per capoluogo Kalinigrad, un tempo la Königsberg di Immanuel Kant. La minore densità di popolazione dell’intero paese, meno della metà della media nazionale. Più del 7% della superficie occupata dai laghi, un altro 30% dai boschi: e il resto che non è cemento, semmai distese di frumento a perdita d’occhio.
La prima volta che mi sono imbattuto nella Masuria è stata sul supplemento di viaggi di un grande quotidiano. Parlava di questi posti come di una terra fuori dal tempo, che aveva resistito sia alle brutture del socialismo reale che alle sirene del libero mercato, dove la gente abitava ancora casette di legno con le persiane dipinte dei più vari colori e si spostava su carri tirati da cavalli. Senza che sapessi nemmeno collocarla sulla carta geografica, il nome mi entrò in testa. Divenne il mio altrove, una sorta di Shangrilà su misura.
Il posto dove il tempo si è fermato. Il posto senza storia. Un giorno ci sarei arrivato. Ne è passata di acqua sotto i ponti prima che ci arrivassi davvero.

A piedi, in bicicletta e in canoa
E dunque, da dove cominciare un viaggio in Masuria? Meglio dire prima come: non in auto, certo, perché questo è un viaggio che ha bisogno di lentezza, di lunghe pause per respirare le resine dei boschi e gli odori dei campi, di silenzi per fare tesoro delle antiche leggende slave e delle storie di popoli scomparsi.
In bicicletta, senz’altro. A piedi, senz’altro, magari utilizzando qualche mezzo pubblico, perché le distanze sono considerevoli. E perché no, anche in canoa. C’è gente che viene in Masuria da tutto il mondo, per avventure che possono durare settimane, a forza di pagaiare di fiume in fiume, di lago in lago, non senza sfruttare i canali che l’uomo ha costruito. E ci sono possibilità per tutti, anche per quelli come il sottoscritto, che per le precedenti esperienze meriterebbe di finire su Scherzi a parte.
In genere i fiumi masuri sono nastri di acqua quieta, non troppo lunghi. Puntano generalmente verso il nord, come ipnotizzati dal Baltico. Il Krutynia, in particolare, si allunga per circa un centinaio di chilometri attraverso la splendida foresta Piska e tocca ben 17 laghi. Più della metà del suo corso è di acque definite stagnanti: un serpente addormentato, da discendere spira dopo spira.
Che dire di un viaggio che mette insieme sentieri di terra e sentieri di acqua? In Masuria come in poche altre parti del mondo, in una natura così placida e incontaminata.
Per il resto non c’è che da puntare il dito e cominciare da un lago piuttosto che da un altro. Scegliere come base un villaggio o una delle poche città che meritano di essere definite tali e sperimentare giorni di giri anelli. Poi spostarsi e ricominciare da qualche altra parte. Se traccerete gli itinerari sulla vostra carta presto su quest’ultima comparirà uno strano e complicato arabesco: i vostri chilometri, allergici a ogni linea retta. E voi come un ago e filo per cucire le mille sorprese di questa terra.

La terra delle cicogne
Talvolta vi sembrerà di essere liberi e leggeri come le cicogne che incontrerete dappertutto, ritte sui loro nidi in cima ai pali della luce così come a disegnare le loro danze in cielo, ovunque, perché la Masuria è la terra delle cicogne, sono il simbolo stesso della Masuria, nonché un formidabile marchio di qualità, perché le cicogne, si sa, hanno bisogno di ambienti incontaminati. Non consentono alibi o dichiarazioni di comodo: quello che non avete fatto, peggio ancora quello che avete fatto male, loro lo testimoniano. Fanno presto a sparire e non tornare più.
In Masuria invece viene a trascorrere l’estate un quarto della popolazione mondiale delle cicogne. Ci sono villaggi come Żywkowo, a mezzo chilometro dal confine con la Russia, dove ne arrivano un centinaio a nidificare ogni anno. Ne ripartono il doppio prima dell’inverno.
Leggeri come cicogne, eppure con i piedi ben piantati al suolo riguardo alle vicende degli uomini e a ciò che di esse rimane. Perché in questo mi sbagliavo. O detta in altro modo: non esiste quel posto senza storia che era la mia Masuria immaginaria.
Di storia qui ce n’è passata anche troppa, quasi sempre tragica. Ho fantasticato per anni, senza che ne abbia avuto il minimo sospetto. Però questa era la Prussia, paese che tante volte ho incontrato sui manuali di storia senza ritrovare sui libri di geografia. L’antica terra dei Prussi o dei Borussi, il paese da cui poi è discesa la moderna Germania. Qui, all’estremo confine orientale della Polonia.
Viaggiare per la Masuria allora è scoprire che non solo i popoli, ma anche i paesi in qualche modo si mettono in movimento. Soprattutto se queste coordinate indicano una frontiera difficile e allo stesso tempo un ponte tra due grandi civiltà, quella tedesca e quella slava. Con tutto quello che è successo: le Crociate – che investirono il Baltico, non solo il Mediterraneo – e il feroce dominio dei Cavalieri Teutonici le cui fortezze presidiano ancora questi laghi. Le terribili battaglie della prima guerra mondiale e l’occupazione nazista.

Una delle tante fortezze che i Cavalieri Teutonici hanno lasciato nelle terre Baltiche che un tempo erano Prussia

Nella tana del lupo
Tra le sorprese di questa terra che immaginavo sempre uguale se stessa c’è anche la Wolfschanze, cioè la tana del lupo, scritta proprio così, in tedesco. Non avrei mai detto che fosse da queste parti.
Il lupo è Hitler e proprio qui impiantò il suo quartier generale, in quella che allora era la provincia più orientale del Reich e oggi è l’ultimo pezzetto di Polonia prima della Russia. Dalla Masuria seguì le operazioni militari della Wehrmacht per gran parte della Seconda guerra mondiale. Ovvero per circa 900 giorni, dalle prime fasi dell’invasione dell’Unione Sovietica alla ritirata per l’ultima impossibile difesa sul suolo tedesco. Proprio qui provò a farlo fuori il conte Claus von Stauffenberg, che nel film Operazione Valchiria ha le discutibili sembianze di Tom Cruise.
I bunker, a decine, ci sono ancora benché i nazisti abbiano provato a farli saltare in aria. Diversi sventrati, spezzati in due o tre tronconi, sembrano giganteschi mattoncini del Lego di una costruzione mandata all’aria.
La tana del lupo non è stata spazzata via, ma quello che l’esplosivo non è riuscito a fare, in un altro modo ha fatto la foresta. Che è cresciuta ovunque, anche dove un tempo c’era solo il cemento armato. Alberi hanno messo radici tra i blocchi a pezzi e allargato le loro fronde tra le fenditure. Pipistrelli abitano tra le rovine di coloro che si pretendevano signori del pianeta.
Questa è la tana del lupo oggi: alberi e animali. Zanzare e muschio.
Come una sorta di Angkor, la città dei khmer perduta nella giungla cambogiana, gli alberi che si sono mescolati alla pietra dei templi. A suo modo pure questa è un’Angkor, solo che la natura non si è ripresa la bellezza, ma ha fatto piazza pulita del peggio dell’uomo. La tana del lupo come un’Angkor della follia, dell’ambizione, della crudeltà.

Tracce di popoli di cui s’è smarrita la memoria
Anche questo trovate in Masuria, insieme alle tracce di comunità che hanno resistito al grande mare della storia che tutto sommerge. I Vecchi Ortodossi che scapparono dalla Russia ai tempi dello zar per difendere le loro tradizioni, più ortodossi degli ortodossi, fino all’eresia. I tartari di Polonia, ultimi eredi dei nomadi delle steppe che per secoli piombarono su queste pianure. I mormoni, sì, anche loro, che fino a non molto tempo fa si concentravano a Zełwągi, paesino affacciato su un bel lago dal nome vagamente eschimese, Inulec. Tribù, tribù che non sono state ancora del tutto spazzate via, se non altro nella memoria.
Un viaggio in Masuria è anche questo, occasione di meraviglia a ripetizione, curiosità che non molla, meditazione sulle sorti dei popoli, delle culture, delle verità.
Poi, certo, è meglio non fasciarsi la testa. Meglio sorseggiare una buona birra al miele – non fatevela mancare – con vista sulle migliaia di cigni di quell’impressionante riserva ornitologica che è il Lago Luknajno. Oppure sul mosaico di isolotti del Marmy, con la sua incredibile colonia di cormorani. Meglio concentrarsi su un bel piatto di periogi, i ravioli polacchi che ovunque vi imban­diranno, lasciando andare i vostri pensieri dietro Rusalka, Baba Jaga e le altre storie del mondo slavo che sono diventate musica, poesia, romanzo.
Più tardi magari ci sarà qualcuno che, con una vodka di troppo e un inglese più incerto del vostro vi verrà a raccontare che in Masuria gli Ufo si fanno vivi più che altrove.
E magari in qualche modo la conversazione andrà avanti, complice la singolare luce del nord in una sera d’estate. Tra le altre cose sentirete crescervi dentro la voglia di scoprire qualcos’altro in Polonia.
Sbrigatevi, perché i voli low-cost sono arrivati anche qui. Intanto potrete ancora godere del dono del tempo e dell’ospitalità.

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