Camminare contro. Una performance di Werner Herzog


Nel 1974 il regista di Nosferatu e Fitzcarraldo fece un viaggio a piedi da Monaco a Parigi per impedire la morte di Lotte Eisner. In pieno inverno, senza preparazione e senza abiti adatti. Fu una performance sociale: come un moderno asceta Herzog scelse l’auto-abbassamento sociale come forma di provocazione contro il dogma dell’Apparenza che la società impone.

– di Gian Antonio Gilli
 
Werner Herzog è uno dei più famosi registi tedeschi (Nosferatu; Aguirre, furore di Dio; L’enigma di Kaspar Hauser; Fitzcarraldo, ecc.). I suoi film raccontano spesso vicende straordinarie, che Herzog non si limita a ricostruire ricorrendo a effetti speciali, ma esige siano rappresentate realmente: cinema-verità quant’altro mai, che tuttavia è stato spesso criticato per i rischi di ogni tipo che fa correre ai soggetti coinvolti nella lavorazione.
Nel novembre 1974 Herzog, che viveva a Monaco di Baviera, venne a sapere che Lotte Eisner, nome tutelare del cinema tedesco, era gravemente ammalata a Parigi, in pericolo di vita. «La Eisner non deve morire, non morirà, io non lo permetto», fu la reazione di Herzog, e il modo in cui egli si oppose a questo rischio di morte fu di intraprendere, senza alcuna preparazione, il viaggio a piedi da Monaco a Parigi, in un inverno che già si annunciava climaticamente funesto. Il volumetto Sentieri nel ghiaccio (Guanda, Milano, 1980) racconta questa performance eccezionale, nella quale il camminare perde qualsiasi carattere escursionistico o sportivo per diventare motore di un’esperienza di prepotente, allucinata auto-affermazione.
Che Herzog attribuisca a questo viaggio un carattere “sovranormale” è segnalato non solo dalla persuasione che esso valga a salvare una vita, ma da molti altri aspetti, a cominciare dal suo svolgersi sotto una sorta di guida astrale. Anche se Herzog acquisterà per via, malvolentieri, qualche cartina stradale, la sua guida è la bussola. «Con la bussola ho fissato la direzione di Parigi, adesso la so». Parigi è a W-N-W di Monaco, in linea d’aria sono quasi 700 km: Herzog obbedisce a questa «linea retta ideale» fin dalla scelta della strada per uscire da Monaco. (Prima di partire, in ogni caso, si è fatto “fare le carte”). Dal punto di vista fisico, il viaggio si rivela disastroso: tempeste di neve fino a vere e proprie tormente, diluvi incessanti, vento e gelo. Oltre a ciò, in poco tempo Herzog (partito con un paio di stivali nuovi) è tutto un dolore: inguine, ginocchio, muscoli, tendine di Achille, talloni. Nonostante i dolori, le piaghe, i gonfiori, Herzog continua a camminare, spesso zoppicando. Anche l’alimentazione disordinata (latte, noccioline, barbabietole) aggiunge problemi: capita a Herzog di camminare vomitando. E sempre il gelo, la fatica (anche 60 km in un giorno, 22 i giorni di viaggio), i vestiti bagnati. Tanto più che Herzog solo poche volte utilizza locande: il più delle volte passa la notte in fienili, o in baracche; gli va bene quando riesce a entrare, sforzando una finestra, in una casa di vacanza.
 
Chi ha pratica di lunghi percorsi sa che la percezione “pedonale” del paesaggio è più dimessa, e più frammentaria, della percezione “automobilistica”. Ma il paesaggio di Herzog è totalmente disintegrato, all’insegna della desolazione: rottami, mucchi di letame, colate di cemento, polistirolo, carcasse di auto, una pecora moribonda. Il tutto visto con indifferenza, spesso con ostilità: i paesi sono o «morti» o «terribili». Herzog del resto non cerca il paesaggio, quel che cerca sono “segni” che lo rassicurino sulla giustezza astrale del percorso. «Un arcobaleno laggiù mi dà improvvisamente la massima fiducia. Che segno è questo, e sopra colui che cammina. Ognuno di noi dovrebbe camminare» (p.49). È un segno il passaggio di un treno in lontananza: «Nel nero totale dell’universo ardono le ruote, e arde quel vagone. Inimmaginabili cadute di stelle hanno luogo...» (p.38).
 
Ma è soprattutto l’atteggiamento verso il mondo sociale, verso l’Altro, che colpisce. Non è semplice freddezza, è ostilità («Una donna rognosa scacciava un cane rognoso fuori di casa...»). Abbiamo già visto le sue scelte di luoghi per la sosta notturna: per lo più abusive, a volte accompagnate da violenza. Ruba da una casa una sveglia, poi, in cammino, la butta in un cespuglio; orina in un paio di stivali trovati in un capanno. Due volte riceve ospitalità da privati, e si tratta, come era facile immaginare, di soggetti umili, diseredati, nei confronti dei quali il suo atteggiamento ostile si acquieta momentaneamente. Ma esercenti e locandieri lo vedono con sospetto, fino a rifiutargli alloggio; in una banca, in cui si è recato per procurarsi qualche marco, la cassiera sembra voler chiamare la polizia. E la polizia non manca di fermarlo, tanto che Herzog effettua diversioni per evitarla. L’ambiente sociale in cui si muove è ostile, la cortesia sociale degli sguardi è sospesa: la gente, i bambini, lo guardano fissamente, e lui contraccambia. È incomprensibile a tutti il suo camminare nella tempesta verso nessuna destinazione plausibile, e Herzog, da parte sua, non mostra neanche un’ombra di quella “bonomia partecipativa” che sembra necessaria a chi si muove in ambienti nuovi. La sua auto-presentazione fisica è fin da subito deteriorata: zoppica, è sporco, vestito impropriamente.
 
Vi è ovviamente una sorta di provocazione in tutto questo, come quando si compra un copricapo non solo sotto misura, ma “eccezionalmente brutto”. Herzog stesso sembra a volte dubitare (non senza civetteria, mi pare) del proprio equilibrio mentale, ma, anche qui, a modo suo: «Per la prima volta mi chiedo seriamente se sono fuori di senno, dato che sento tante cornacchie e ne vedo così poche» (p.40).
 
Regressioni sociali di questo tipo non sono nuove. Innumerevoli soggetti, nella storia multimillenaria dell’ascetismo (cristiano e non) obbedirono alla pulsione a rendere selvaggia la vita, a “vivere tra cane e lupo”: le loro azioni, tuttavia, si svolgevano lontano dalla gente. Per altri asceti invece (e qui il confronto con Herzog è più preciso) tale regressione è direttamente provocatoria: viene presa di mira l’Apparenza su cui la società si basa. Per esempio, un giorno di quindici secoli fa, un asceta Siriano, certo Simeone, che aveva vissuto decenni nella solitudine del deserto, entrò nella città di Emesa, trascinando, legata con una corda, la carcassa di un cane raccolta dalla spazzatura. Era solo la prima di molte azioni, tutte rivolte a colpire valori sociali su cui si fonda l’Apparenza societaria, come la convenienza, la rispettabilità, il pudore, il decoro: entrare nei bagni femminili, tentar di spogliare un’ostessa che dorme, passeggiare con una stola di salsicce attorno al collo, e così via. Diventò subito, per tutti, Simeone il folle: raccolse scherno, maltrattamenti, percosse. È il più famoso dei “folli per Cristo”, vale a dire, di quegli asceti che, attraverso comportamenti “folli”, praticavano un volontario auto-abbassamento sociale, che avrebbe dovuto servire a tenere nascosti i prodigi che essi a volte compivano. «Ogni sua preghiera – racconta l’antico biografo – era che le sue opere potessero restare nascoste fino alla sua dipartita da questa vita, così che egli potesse sfuggire alla gloria umana».
Nonostante la rivendicazione orgogliosa di San Paolo («Noi siamo i folli per la causa di Cristo...», Prima lettera ai Corinzi), non tutti i lettori concorderanno con Simeone nel ritenere che comportamenti scandalosi valgano davvero a sfuggire alla “gloria umana”.
Similmente, pochi lettori crederanno che il viaggio di Herzog fosse diretto a salvare la vita della Eisner, o saranno disposti a considerare i pensieri allucinati di Herzog (alcuni, peraltro, piuttosto belli) come “nati sul luogo”, e non invece frutto di postproduzione. Sospetti che forse non offenderebbero il regista: «solo se fosse un film crederei che tutto ciò è vero» (p.13). Rimane ancora da dire qualcosa, tuttavia, sul camminare, tanto più che Herzog è davvero un camminatore: già a quindici anni, partendo da Monaco, era arrivato in Albania, e nella sua Dichiarazione del Minnesota (1999) il punto sette suona così: «Il turismo è un vizio, viaggiare a piedi è virtù». Ma il camminare smisurato, impersuadibile, messo in opera in questa performance, non sembra una virtù. Camminare (crediamo sia questa l’esperienza di ogni camminatore) significa anche entrare in rapporto col luogo, con i mille luoghi che in un percorso si attraversano: significa essere, luogo per luogo, “legittimati” ad essi. Il camminare di Herzog in questa vicenda è avvenuto “alle spalle” dei luoghi, “nonostante” i luoghi, quasi contro di essi. Donde il senso della sua assoluta estraneità ai luoghi attraversati, quasi di una presenza illegittima, che si coglie bene nella domanda perentoria che gli rivolge un cacciatore: «Cosa fai qui?». (La risposta di Herzog, ancora una volta, manca il bersaglio: «Il tuo cane mi piace più di te»).






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