Il viaggio dell’esilio

Un trek sulle orme di Dante

Un trek letterario, tra Vallombrosa e il Casentino, che riprende in gran parte gli antichi sentieri che collegavano tra loro i luoghi in cui visse e fu esule il Sommo Poeta toscano. Luoghi che servirono da ispirazione alla Divina Commedia

– di Stefano Masetti
 
Il trek letterario Il viaggio di Dante rientra in un itinerario ben più lungo, che riprende gran parte dei sentieri medievali che, ai tempi del Poeta, correvano tra la Romagna e la Toscana, tra Ravenna e Firenze, luoghi in cui Dante visse e fu esule per motivi politici. Il percorso è denso di rimandi alle vicende politiche, religiose e storiche che hanno caratterizzato la valle del Casentino. Qui ci sono dei luoghi che hanno ispirato parte del capolavoro della Commedia e che sono testualmente citati, luoghi che offrono a chi li visita paesaggi di notevole interesse e tante storie da raccontare. Perché raggiungerli a piedi? Perché la Divina Commedia è essenzialmente «poesia di movimento», come sosteneva un altro poeta camminatore, Dino Campana. E lo stesso Dante è stato un pellegrino, suo malgrado, dopo l’esilio. Per anni ha viaggiato a piedi su sentieri molto più impervi e accidentati di quelli di oggi. Tanto che le immagini delle montagne sono l’ossatura e l’architettura di molti scenari dell’Inferno e del Purgatorio, e il penoso arrampicarsi del Poeta per i colli e per i pendii ha in sé il ricordo angoscioso di tanti ardui viaggi sugli Appennini. In una parola, si ritrovano in Dante le abitudini e i ricordi di un viaggiatore in ogni verso, o meglio in ogni passo, della sua peregrinazione poetica.
 
Il trek inizia a Vallombrosa, alle pendici del Pratomagno, sul versante del Valdarno, a 1000 metri di altitudine e nel verde di una bella foresta. Qui sorge l’omonima abbazia che si deve all’opera di San Giovanni Gualberto, chiamato “il santo del perdono” perché intorno all’anno mille gli fu assegnato il compito di vendicare l’oltraggio di un parente ucciso. Si racconta che il santo, di fronte all’assassino che tremante e con le braccia stese in forma di croce, invocava pietà, abbia gettato la spada, sia sceso da cavallo e gli abbia concesso il perdono. Entrato nella vicina basilica di San Miniato e inginocchiatosi davanti al Crocifisso – stando alla leggenda – Gualberto si avvide che il Cristo chinò il capo in segno di approvazione. In seguito a tale episodio, Giovanni decise di ritirarsi nel monastero benedettino annesso alla basilica di San Miniato a Firenze, vincendo le dure resistenze del padre. In seguito, non sopportando più la corruzione che imperversava a quel tempo nella Chiesa, decise di ritirarsi in solitudine. Abbandonato il monastero, dopo varie peregrinazioni, giunse a Vallombrosa, dove già conducevano vita eremitica due monaci e con i quali fondò l’attuale monastero. Ai monac di Vallombrosa si devono importanti volumi sulla silvicoltura, tanto che San Giovanni Gualberto è oggi il patrono dei Forestali d’Italia, e dentro all’abbazia c’è una cappella dov’è posta una lampada votiva alimentata dall’olio offerto il 12 luglio di ogni anno, festa del santo, dal Corpo Forestale di una regione d’Italia.
 
Come tutti sanno, il viaggio di Dante si configura come una discesa nella voragine infernale, una risalita verso la luce e una faticosa ascesa della montagna del Purgatorio; infine come un volo di cielo in cielo fino all’Empireo. Nel salire verso la cima del Monte Secchieta che sovrasta l’abbazia non si può fare a meno di soffermarsi sul primo canto quello che fa da prologo alla Commedia. In esso si espongono le premesse e le ragioni del viaggio che sta per compiersi nell’oltretomba. Tutti gli elementi che costituiscono lo scenario del primo canto si caricano di un significato allegorico: Dante ha smarrito la giusta strada e si ritrova in una selva oscura (come quella di Vallombrosa) che rappresenta allegoricamente il peccato. Ma ci sono, nella Divina Commedia, altri canti in cui vengono evocati i boschi e la natura. Come il celebre XIII canto dell’Inferno, dove vengono puniti i suicidi e gli scialacquatori. Qui, Dante e Virgilio penetrano in un bosco fittissimo e orribile. Dante sente dei lamenti di cui non capisce l’origine. Su invito di Virgilio, il poeta spezza il ramo di una pianta, da cui escono sangue e rimproveri: comprende quindi che in quelle piante sono tramutate le anime dei suicidi. Nell’albero ferito da Dante risiede lo spirito di Pier delle Vigne. Dante crea in questo canto un linguaggio arboreo, semi umano, ricco di parole dal suono aspro, e come all’inizio del poema, si ritrova di nuovo smarrito in una selva.
 
La tematica del viaggio e dello smarrimento viene ulteriormente sviluppata con il personaggio di Ulisse. L’uomo che, pieno d’ardore, parte verso il mare ignoto della conoscenza, conscio della dignità suprema che distingue l’omo dai bruti, non solo somiglia a Dante, ma è Dante stesso. Come tutti gli altri “grandi” dell’Inferno (cioè i dannati che Dante stima), Ulisse è una parte di sé che l’autore-viandante oltrepassa e distacca. Scendendo dall’abitato di Montemignaio verso Castel San Niccolò, si possono narrare alcune leggende sui diavoli legate alla fondazione del paese. Ma del resto tutta la valle del Casentino è ricca di storie e fiabe come quelle raccontata dalla scrittrice Emma Perodi nella sua celebre raccolta Le novelle della nonna. Risalendo verso il castello di Romena, ci si può immaginare di risalire la montagna a gradoni del Purgatorio, che sorge isolata nell’emisfero delle acque e si innalza verso il cielo. Qui, proprio lungo il sentiero, s’incontra la celebre Fonte Branda citata nel canto XXX dell’Inferno, e su una lapide si possono leggere le parole di Mastro Adamo, il falsario di fiorini che i fiorentini arsero vivo nella località che ancora oggi prende il nome di Omo morto, non lontana dal Passo della Consuma. Dall’alto del castello di Romena si può ammirare, verso Poppi, la piana di Campaldino, dove l’11 giugno 1289 si svolse la sanguinosa battaglia fra i Guelfi fiorentini e i Ghibellini aretini. Quest’ultimi vennero massacrati e allo scontro prese parte anche il giovane Dante Alighieri, arruolato nei feditori a cavallo, al quale toccava l’onere del primo assalto. Nella battaglia morì il giovane condottiero ghibellino Buonconte da Montefeltro del quale non fu mai ritrovato il corpo. Dante ne parla nel V canto del Purgatorio, uno dei più belli e toccanti di tutto il poema. Nel castello di Romena si può ammirare anche la torre delle prigioni che un tempo era molto più alta e comprendeva alcune celle sovrapposte, sempre più anguste, umide, mefitiche e buie, man mano che si scendeva da una all’altra. Il condannato veniva calato attraverso una botola, aperta nel soffitto. Alla gravità del delitto corrispondeva il livello della cella in cui il condannato avrebbe dovuto scontare la sua pena. Alcuni studiosi di cose dantesche hanno avanzato la supposizione che siano stati proprio quei vari piani delle diverse pene a far nascere nella mente di Dante l’idea dei cerchi dell’inferno. Scendendo verso Pratovecchio si costeggia l’Arno dove Dante s’imbattè in una bella e misteriosa nobildonna casentinese che per un attimo gli fece dimenticare il volto di Beatrice. Ovviamente si tratta di un amore non corrisposto che si viene ad aggiungere alle frustrazioni già patite negli ultimi anni. Respinto dalla donna orgogliosa e lontano dalla sua terra, Dante è un uomo solo ed è con questo sentimento nel cuore che continua a lavorare all’Inferno e poi, successivamente, al Purgatorio.
Arrivati a Stia si può fare tappa al bel parco fluviale del Canto alla Rana, e qui conviene rileggersi la famosa invettiva ai popoli dell’Arno. Una sorta di “topografia satirica” che non ha paralleli in letteratura.
 
Il trek letterario si conclude infine al castello di Porciano. Si racconta che, proprio dove iniziava la vecchia strada diretta al delizioso borgo medievale, Dante si imbatté un giorno in alcuni cavalieri fiorentini che, pieni di rabbia per le rampogne che il poeta riservava loro nelle sue epistole dal Casentino, erano venuti per catturarlo e bruciarlo vivo. Ma il poeta era stato preventivamente avvisato dai Conti Guidi di Porciano, dei quali era ospite. E quando incontrò i gendarmi diretti al castello, che non lo avevano riconosciuto gli chiesero conferma sulla presenza di tal Alighieri al castello, senza mentire egli rispose: «Quando ei v’era io v’era». I gendarmi proseguirono a spron battuto verso il castello e lui ebbe salva la vita.
Da Porciano si può vedere tutto l’alto Casentino e i due castelli di Poppi e di Romena, assai vicini fra loro ma un tempo divisi da odi fratricidi, in una sorta di miniatura dell’Italia frammentata del XIII e XIV secolo. Alle spalle si ergono le falde boscose del Falterona con la sorgente dell’Arno.






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