Mombaldone, gioiello storico della Langa astigiana


219 m d’altitudine, meno di 200 residenti, presente nei documenti storici sin dal 991 e antico feudo dei marchesi, è raggruppato intorno all’incantevole nucleo medievale. Unico comune della provincia di Asti ad essere bagnato dalla Bormida di Spigno, oggi fa parte del Progetto Borghi in cammino

– di Alma Brunetto
 
 
Tra i suggestivi calanchi della Langa astigiana, colline argillo-limose, sorge il piccolo borgo di Mombaldone, antico e ben conservato, ancora cinto dalle mura originarie e che si sviluppa lungo l’unica via maestra, in parte acciottolata. Mombaldone è uno dei Borghi più belli d’Italia e fa parte del progetto Borghi in cammino, che vede la collaborazione per iniziative itineranti di trekking con la Uisp e degustazioni con Slow Food. Le prime notizie della sua presenza risalgono al 991. La leggenda narra che Aleramo, giovane e bello, innamorato di Alasia, figlia dell’imperatore Ottone I, una notte organizzò una fuga d’amore a cavallo con la sua amata, trovando poi rifugio a Lamio (l’attuale Alassio). In quella località i due innamorati vissero onestamente e in povertà per qualche tempo, fino a quando non arrivò una notizia preoccupante. Si vociferava che un nipote dell’imperatore fosse stato rapito e si temeva per la sua incolumità. Aleramo partì immediatamente alla sua ricerca, trovò il giovane e lo mise in salvo.
Per ringraziarlo, Ottone ad Aleramo perdonò la fuga d’amore e lo accolse a corte con i suoi quattro figli. Non solo: l’imperatore gli conferì un titolo nobiliare e gli comunicò che tutte le terre che lui sarebbe riuscito a percorrere a cavallo, nel corso di tre giorni e tre notti, sarebbero entrate in suo possesso. Così, Aleramo partì a spron battuto e si conquistò tutto il territorio del Monferrato. Fin qui la saga dei nobili Del Carretto, discendenti di Aleramo e Signori di Mombaldone, che nel 991 ricevettero dal monastero di San Quintino di Spigno, oltre ad alcune terre, otto mansi di Mombaldone.
Tutta la storia di Mombaldone è legata indissolubilmente ai marchesi Del Carretto di Savona fin dal 1209. Il feudo rimase in loro possesso per tutto il Medioevo, periodo di grande prosperità per il borgo, fino alla cessione al Comune di Asti. Nel 1300 il nobile Enrietto del Carretto fece costruire altre due cinte di mura difensive, di cui oggi rimangono solo alcune tracce, mentre la porta d’ingresso del ricetto ad arco acuto, è rimasta intatta.
Sempre in quell’epoca furono fatti costruire cunicoli, stanze e passaggi segreti, che secondo la leggenda vennero scavati nel tufo dai Templari. Tutti percorribili, che dal castello passavano sotto il fiume Bormida verso Spigno, per facilitare la fuga in caso di necessità. Successivamente i Signori di Mombaldone ottennero molti privilegi dall’imperatore Carlo V. Tra questi il titolo di Vicari imperiali del Sacro Romano Impero, la possibilità di battere moneta e conferire lauree.
Del castello fortificato sul Mons Baldus, del XIII secolo, sono rimasti solo i ruderi che furono riprodotti sul Codex Astensis, nella loro antica estensione, al documento XLI de Montebaudono. La struttura sorgeva su un terrapieno e nel 1637 subì un parziale abbattimento.

Un passato ancora presente
Dalla porta d’ingresso del borgo si attraversa la bella piazza Umberto I e ci s’immerge nel nucleo medioevale. Lungo la via centrale si trovano le case costruite interamente in pietra e accompagnate da muri a secco. Alcuni portali conservano lo stemma delle famiglie nobili, come quello della casata dei Del Carretto tuttora residente nel borgo. Nella piazza principale sorge la chiesa parrocchiale barocca di San Nicolao, a pianta esagonale, risalente al 1790, eretta probabilmente su progetto di Giovanni Matteo Zucchi. All’interno dell’edificio sono presenti importanti tele barocche della famiglia Monevi, noti pittori del Seicento locale.
Accanto alla parrocchia si trova l’oratorio sconsacrato dei santi Fabiano e Sebastiano, risalente alla metà del XVIII secolo e attualmente utilizzato per concerti ed eventi culturali. Dell’antica torre del castello a pianta quadrata, tipica del sistema di torri di avvistamento di quel periodo in Langa, è rimasto ben poco. Nel 1840 Aleramo del Carretto regalò una parte delle pietre per costruire e ultimare la linea ferroviaria che collega Mombaldone a Spigno.
Da piazza Umberto I si diramano piccoli vicoli e cortili tra le case e la Portiola. Si tratta di un androne secondario della Rocca datato al XIII secolo, realizzato in pietra e travi a vista, di collegamento dalla via centrale verso il Bormida. Il piccolo borgo è disseminato di coppi, mattonelle e ceppi dipinti a mano, raffiguranti poesie e frasi ad effetto, opera della marchesa Gemma del Carretto. L’unica che possa vantare per diritto dinastico il titolo nobiliare e l’emblema della corona dei suoi avi e che vive in una storica residenza nobiliare detto la Fortezza. Un edificio massiccio con esterni in pietra a vista, la cui presenza è documentata già nel 1209 e più volte rimaneggiato. Dal 1981 ospita l’“Aldilà”, uno scenografico e curioso ristorante, gestito dal figlio di Gemma, Umberto Scali del Carretto, altro discente nobile. Entrando nel ristorante si compie un tuffo nel passato, settecentesco come lo stile. Le sale sono di stampo illuminista, con arredamenti “giuseppino” e “teresino”. Un’atmosfera retrò in cui la marchesa accoglie i clienti con cene e degustazioni a lume di candela.
 
L’imperdibile Robiola di Roccaverano
Mombaldone non è solo rinomata per lo splendido borgo medioevale; vanta infatti la peculiarità uno dei maggiori centri di produzione della Robiola di Roccaverano Dop. Un formaggio a pasta fresca, prodotto secondo un disciplinare specifico utilizzando latte caprino (almeno il 50%), ed è l’unico che può essere prodotto esclusivamente con latte caprino, con latte caprino e vaccino, con latte caprino e ovino. Lungo la strada che collega Mombaldone a Roccaverano, capita facilmente d’incontrare greggi di capre: dopo un periodo di stasi, infatti, l’allevamento sta ritrovando un periodo di nuova fortuna.
Un esempio dei tempi nuovi è il caseificio della famiglia svizzera Pfister e Stutz, proprietà di moglie e marito, Simone e André. Una coppia che negli anni ’90 decise di abbandonare la Svizzera con due figli piccoli, senza risorse economiche, per allevare capre e produrre robiole.
Ma la loro è stata una scelta che dopo tanti sacrifici, si è rivelata davvero indovinata. L’azienda, che si divide tra la sede di Mombaldone e quella di Roccaverano, è passata di mano ai figli Jérôme e Ramon. Nella zona, i due giovani sono tra i maggiori produttori di Robiola Dop e allevano 300 capre. L’attività ha ricevuto molti riconoscimenti e oggi dà lavoro a cinque dipendenti e a sei familiari.
«Pagare nove stipendi» racconta Simone, «non è così facile.
Perciò è importante mantenere un alto livello qualitativo del formaggio, altrimenti la vendita cala con tutte le conseguenze del caso. È una vita dura e il lavoro è impegnativo. Ci si alza alle 6 del mattino, e il ritmo della vita è uguale tutto l’anno: prima delle 19 non si finisce, e non ci siamo mai concessi delle vacanze. Per fortuna, con il tempo, siamo riusciti ad assumere degli operai che ci hanno permesso di migliorare la qualità del lavoro e della vita, e di dedicarci meno alla stalla e di più alla parte commerciale».

 







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