Basilicata coast to coast

Da Metaponto Policoro, sullo Jonio, a Sapri, sulla costa tirrenica

La Basilicata da mare a mare? L’idea mi è stata suggerita dal film Basilicata Coast to Coast. Nel lungometraggio, un gruppo di musicisti e una giornalista, impersonati da Rocco Papaleo, Alessandro Gassman, Max Gazzè, Paolo Briguglia e Giovanna Mezzogiorno, affrontano un viaggio a piedi partendo da Maratea per partecipare al festival della canzone di Scanzano Jonico. E così...”
di Nilo Marocchino

 
A Napoli, sul filo di una risicata coincidenza, ero salito sul treno per Potenza e Taranto: un posto stretto tra i pendolari vesuviani, impiegati e studenti. Quindi Salerno e Battipaglia, mentre la campagna urbanizzata, troppo, imbruniva.
A Eboli fu notte e nel vagone restammo in pochi. Seguendo la Valle del Sele il treno risalì verso Potenza. Ero entrato nel mondo di Carlo Levi: Cristo si è fermato a Eboli.
Oggi, di sicuro, tanto era cambiato, ma, certo, sentivo di entrare in un mondo che conservava memorie arcaiche nelle ombre delle fiumare, negli orridi popolati dalle streghe e nel biancore dei villaggi in alto. Scesi quindi nella Valle del Basento, raggiungendo Metaponto sulla costa jonica.
Mi ero proposto di attraversare a piedi la Basilicata da mare a mare, un’idea suggeritami dal film Basilicata Coast to Coast. Nel lungometraggio, un gruppo di musicisti e una giornalista, impersonati da Rocco Papaleo, Alessandro Gassman, Max Gazzè, Paolo Briguglia e Giovanna Mezzogiorno, affrontano un viaggio a piedi partendo da Maratea per partecipare al festival della canzone di Scanzano Jonico. Avventura picaresca con passaggi di struggente poesia. E con una colonna sonora dal ritmo coinvolgente e con parole in apparenza banali ma vere: «La Basilicata esiste... come Dio... o ci credi o non ci credi... è stanca di Cristo che si sono fermati ad Eboli... la colpa non è nostra... noi gli volevamo bene, avevamo preparato una festa grandissima...».
Nel brano finale i musicisti pellegrini confessano «di essere partiti alla ricerca di noi stessi» e di avere almeno scoperto ciò che non erano.
I viaggi sono un po’ così. Non scopri mai definitivamente ciò che sei, se no avresti concluso la tua avventura, ma sempre più capisci ciò che non puoi essere.
Questo cammino è una scatola da aprire, piena di pezzi da mettere insieme e darne una forma tutta mia. Sorpresa e spazio di libertà.
Ogni viaggio ha la sua singolarità, così il mio: anziché partire da Maratea e raggiungere lo Jonio, avrei fatto l’inverso. Inoltre, con il tempo limitato, avrei scelto una via più diretta, come anticamente avrebbero fatto gli eserciti per raggiungere la meta, e perso luoghi imperdibili di cui avrei goduto con un vagabondaggio più attento.
Li avrei ritrovarti la prossima volta.
 
Partenza da Metaponto Policoro
Avevo prenotato un b&b e ora, in un paese deserto sto cercando la pensione Afrodite. Benedetti in queste occasioni il cellulare e il gps, per orientarmi in una Metaponto che pare disabitata. Turismo balneare, ho letto, quindi a marzo tutto chiuso, soprattutto alle nove di sera. Ma la proprietaria della pensione, disponibilissima, mi procura per cena un generoso panino.
Al mattino ritrovo nuove energie. L’aria è frizzante e le poche nuvole in cielo paiono dipinte a rendere vivo l’azzurro del cielo. Larghe strade diritte e basse costruzioni a schiera, case di vacanze estive, senza pretese, rappresentano la nuova Metaponto. Mi avvio per un viale lastricato verso il sito archeologico, circa due chilometri a nord.
In questa piana, una regione fertile tra il Bradano e il Basento, nell’VIII secolo a.C. approdarono gli Achei, popolazione greca. Siamo nella Magna Grecia: a pochi chilometri c’è Eraclea, l’attuale Policoro, e più lontano, a sud, Sibari e Crotone. Nel 495 a.C. vi morì Pitagora, esule da Crotone.
Storia ed eventi coinvolgenti passeggiando nel verde intenso dei campi da cui emergono antiche colonne doriche, muri e lastricati testimonianza di civiltà passate. Poco lontano è il mare da cui arrivarono greci ed epiroti, saraceni e pirati, genti pacifiche, più spesso aggressive. Raccolgo due piccole conchiglie nella lenta risacca e lascio alle spalle il mare. Salirò ancora su un treno per spostarmi a Policoro allo sbocco della Val d’Agri; di qui camminerò per raggiungere Sapri sul Tirreno.
Policoro è una cittadina nella piana tra il mare e le morbide colline che individuano la bassa valle. Trascorrerò il pomeriggio passeggiando tra le case e nella vicina campagna in attesa della cena. Le pappardelle all’astice mi faranno concludere che ne valeva la pena. Anche il giorno successivo è mite, nonostante le previsioni di instabilità meteorologica. Verso l’interno, a ovest, la città si allunga in un largo corso trafficato; dopo qualche chilometro il traffico quasi scompare. Nella campagna i contadini sono al lavoro: agrumeti, coltivazioni di carciofi, serre di fragole, uliveti. Le ondulazioni del territorio dividono la Valle dell’Agri da quella del Sinni a sud, quindi accentuano i rilievi in cui si insinuano fertili valloncelli. Raggiungo la dorsale e passo accanto al santuario di Santa Maria d’Anglona, importante luogo di devozione dell’area metapontina. Il panorama spazia dal mare alle spalle alle lontane cime innevate del Pollino a sud ovest. Superato un colle il paesaggio muta e si aprono scoscesi calanchi e un terreno brullo in cui la strada, con spire fantasiose, scende a Ponte Masone dove si raccorda con la provinciale che collega la Valdagri alla Valsinni.
Dopo la camminata senza soste del mattino, un bar è provvidenziale. A quattro chilometri, sulla collina si trova Tursi, interessante borgo protetto da un castello di origine bizantina. Conterei di raggiungerlo nel pomeriggio, ma il b&b del paese non risponde e mi fermo in un agriturismo, Le Tre Colonne, a Ponte Masone. Un’azienda agricola che ha restaurato un casale con camere spaziose e pulite.
Come osserverò pure in seguito la ricettività è buona e sono stati fatti buoni investimenti, soldi ben spesi spero, camere e servizi sono nuovi e in perfetto ordine, l’ospitalità è semplice e cordiale, il cibo infine soddisfa generosamente l’appetito del camminatore. Questa sera: bruschette assortite, grigliata di carne e un rosso sincero.
La tappa successiva che sarebbe iniziata da Tursi sarà oggi più lunga: quasi 40 chilometri. Non vi sono paesi in mezzo; solo un distributore e un bar a metà strada. Ho telefonato a Sant’Arcangelo e ho prenotato all’hotel Il Gattopardo, quindi camminerò tranquillo.
 
Verso il Gattopardo
Da Ponte Masone, anziché salire a Tursi, mi è stato consigliato di prendere a destra la provinciale che scollina e raggiunge la fondovalle della Valdagri. Il percorso rilassante, tra pascoli e boschi, corre per un tratto lungo il lago artificiale di Gannano, tocca Caprarico, una piazza, una chiesa, ma non incontro né un bar e neppure un piccolo negozio. Il nulla. Troverò movimento sulla 598. Ha corsie spaziose ai lati che consentono un cammino abbastanza sicuro. Appaiono il distributore e il bar in cui una ragazzina, annoiata e un po’ sovrappeso, dietro il bancone sgranocchia patatine e gioca col cellulare. Per il pellegrino queste sono vere oasi e, anche se modeste, vanno benedette. La 598 risale lungo la fiumara dell’Agri. C’è poca acqua nel bianco letto di sassi. Un grosso tubo corre lungo il greto; trasporta l’acqua che va a irrigare la piana metapontina.
Da queste parti passa pure, interrato, l’oleodotto che da Viggiano scende a Taranto. A Viggiano si trova il giacimento di petrolio e gas tra i più grandi d’Europa. Una realtà poco nota di cui si sente parlar poco e pure qui, a camminare lungo la fondovalle, non immagini la ricchezza mineraria della zona, insieme ai gravi problemi di inquinamento ambientale. Perdita delle condotte, incidenti passati sotto silenzio, falde acquifere inquinate... problemi di difficile soluzione nei quali si muovono interessi, potere e politica. Anche per una nostra maggiore consapevolezza, ci si trova dinanzi a scelte difficili: lavoro, royalty e un relativo benessere da un lato, ma pure stravolgimento del territorio e alti rischi per la salute della popolazione. Viggiano, peraltro, a circa mille metri di altezza e con qualche impianto sciistico nei dintorni, ha una lunga tradizione di musica popolare; molti suonatori itineranti provenivano da qui ed è famosa per la costruzione delle arpe. Sulla montagna è venerata la Madonna Nera, che Leone XIII nel 1890 incoronò “Patrona e Regina della Lucania”. Anche Carlo Levi ne scrive come oggetto di antica e profonda devozione popolare.
Non salirò a Viggiano, ne resta il futuro proposito, ma raggiungerò Sant’Arcangelo sulla destra orografica della valle.
Qualche arancia dimenticata dalla raccolta mi disseta negli ultimi chilometri.
Anche oggi il tempo è stato buono: dapprima cielo coperto poi sole, a sera vento fresco. Lasciato Il Gattopardo, economico e confortevole, ho seguito la provinciale che attraversa Sant’Arcangelo e poi si tiene alta tra prati, qualche coltivazione e boschi inselvatichiti.

San Martino d’Agri
Tra i rami spogli, siamo a marzo, appaiono i paesi sull’altro versante. Spicca Alliano (Gagliano, nel libro) in cui Carlo Levi fu confinato negli anni del fascismo. Un mondo, allora, di meschine prepotenze, di un potere antico con rancori e prevaricazioni alle quali erano sottomessi i “cafoni”, non uomini ma poco più che bestie. Quassù un funzionario anonimo o un borghese frustrato dal fallimento di una vita aveva il potere di essere un meschino padreterno. Mondo senza speranza di redenzione, rassegnato ma legato a un’istintiva sopravvivenza come può esserlo un animale. Certo, molto è cambiato ma restano le stesse montagne e le case che conservano muta memoria dei drammi consumati. Il sole continua ad ardere impietoso e la pioggia a ingrigire ogni cosa; si ripete l’instancabile mutare delle stagioni.
La valle è chiusa da due alte colonne dolomitiche, “le porte del parco”; quindi arrivo alla deviazione per San Martino d’Agri, a sinistra in alto, contro il cielo.
Ho prenotato “a Casa da Titta”, un appartamentino sulla via principale del paese: cucina soggiorno, una camera da letto e servizi, ogni ambiente arredato con amore, e un balconcino che si affaccia sulla valle. Visione per sognare. La vicina mi ha acceso il caminetto e, premurosa gentilezza, lasciato qualche ceppo; ha pure portato due fette di pan di Spagna.
Poco dopo passa Emanuela, la proprietaria, una giovane ingegnere, professionista entusiasta che ha scelto di continuare a vivere e lavorare quassù. Mi parla delle iniziative per valorizzare il turismo legato all’ambiente e all’escursionismo. La Basilicata possiede ricchezze paesaggistiche tutte ancora da valorizzare.
San Martino: due bar modesti, una tabaccheria, un negozio di commestibili, una farmacia, un antico convento e la chiesa in cima. I giornali non arrivano.
Siamo a sud di Eboli. Oltre le montagne corre l’Autostrada del Sole, che come un alieno taglia un mondo fermo da secoli. Spero che Cristo non abbia dimenticato queste anime. L’immagine di Padre Pio è presente per le strade e in ogni casa.
San Martino d’Agri sarebbe nato dall’esodo della popolazione di Grumentum, nel fondovalle, in seguito agli attacchi saraceni (VII-VIII sec.). Già in precedenza i monaci basiliani esuli dall’oriente avevano fondato dei cenobi (V sec.). È un piccolo paese che copre con le sue case strette una all’altra la cima e la sella di un promontorio alto sulla valle a proteggersi dagli antichi mali, aggressioni e malaria.
I vicoli e le ripide scalinate conducono al culmine dominato dalla chiesa e da un palazzo nobiliare.
Emanuela, con la sua bimba Rosita, mi accompagna su in cima facendomi apprezzare i bei portali e gli scorci pittoreschi del paese. Da lassù si gode un vasto panorama su tutta la valle. Riconosco i villaggi lontani, anch’essi aggrappati ai monti e in fondo la bianca fiumara chiusa dalle “porte del parco”, le colonne dolomitiche che sbarrano la valle, dove ieri sono passato. Mi descrive le montagne intorno imbiancate dagli ultimi capricci del tempo. Oggi è domenica e in chiesa ci si prepara per la messa: suono di campane e accorrere festoso di fedeli. Scambi di saluti e di cordiale curiosità che colgo negli sguardi: chi sarà questo forestiero? Emanuela è una giovane e simpatica signora che conversando manifesta l’amore per il suo paese e l’entusiasmo di portare avanti iniziative nell’ambito dell’escursionismo. Questa forma di turismo apparentemente minore è la scelta vincente perché qui le bellezze della natura sono ancora incontaminate e singolari; l’accoglienza, inoltre, è già ben strutturata, ma conserva genuinità, generosa ospitalità, e, in ultimo, i prezzi sono più che economici. Mi accompagnerà in auto fino a Spinoso: risparmierò una decina di chilometri.
Cielo rabbuiato. Si è risvegliato un vento improvviso e cattivo. Come previsto, arriva la pioggia. Nel primo pomeriggio salgo gli ultimi chilometri per raggiungere Moliterno, chiusa nelle case e intristita dalla pioggia che scende impietosa.
Moliterno, a 900 metri d’altitudine, conta circa 4000 abitanti e, in seguito alla distruzione di Grumentum, pur essa è stata fondata dai superstiti che si raccolsero intorno a un’antica torre longobarda. La popolazione, allora per lo più di pastori, ha mantenuto nella sua tradizione i piatti tipici e genuini del mondo agreste.
Durante la mia cena monacale, cappuccino e biscotto, leggo di capretto al forno, cucinato con vino, aglio, origano, prezzemolo e l’immancabile peperoncino, di un pecorino dop, di funghi e di cacciagione...
Freddo e maltempo.

Sapri e il Tirreno
Il mattino successivo, alle 7, lascio alle spalle Moliterno ancora nel sonno e il suo castello normanno arroccato in alto e imbronciato; rimedio una corsa in autobus a Lagonegro. Compagni di viaggio l’autista, ovvio, e uno studente comparso dal nulla, dalla brughiera e dai pascoli sconfinati che si estendono tra Basilicata e Campania.
L’autobus incrocia l’Autostrada del Sole a Lagonegro. È come un voltare pagina. Alle 8 la cittadina è animata da studenti e ritrovo il brusio continuo delle auto che da giorni avevo quasi dimenticato.
Dopo 6 chilometri in cui la 585 corre sui precipizi di una valle scoscesa, e si abbasserà quindi verso Praia, scelgo di scendere verso Sapri, meno lontana e pure per la suggestione di antiche memorie. Ancora pascoli, boschi, pastori e boscaioli, e un percorso in discesa e tranquillo: 22 chilometri.
Ecco il mare ancora lontano e, come sempre accade, un’emozione particolare. Il mare azzurro e il litorale che lo abbraccia a mezzaluna, il biancore delle case e il rosso vivace dei tetti. “Benvenuti a Sapri città della Spigolatrice” è l’insegna di benvenuto all’ingresso della città. I versi di Luigi Mercantini studiati nelle scuole elementari prendono spunto dalla tragica spedizione antiborbonica di Carlo Pisacane (era l’estate del 1857), giovani mazziniani e pure detenuti comuni liberati a Ponza a rinforzarne le fila. È il canto e il lamento di una giovane spigolatrice presente allo sbarco dei “trecento” che si era invaghita del loro capo e assisterà al loro massacro. Visione romanticamente edulcorata di uno dei tanti tragici eventi risorgimentali. Furono in pochi a sopravvivere alle truppe borboniche e alle popolazioni locali. Resta presso Sanza, cinquanta chilometri all’interno, un cippo a ricordo del sacrificio.
Tocco infine la spiaggia e il mare Tirreno, che oggi ha un muovere dolcissimo e non ha memoria del tragico sbarco.
 
Taccuino
L’attraversamento da mare a mare della Basilicata ha uno sviluppo relativamente breve e offre percorsi ancora incontaminati e poco conosciuti. Varie associazioni locali propongono percorsi con accompagnamento e assistenza.
Per ragioni logistiche e di tempo, ho scelto un percorso che risale la Valle dell’Agri tenendomi per lo più sui rilievi della destra orografica. Sono partito da Metaponto Policoro, sulla costa jonica, e ho raggiunto Sapri sul Tirreno. In genere viene suggerito il verso opposto, che parte da Maratea (Tirreno), sale a Lauria e Viggiano, corre a nord toccando Stigliano e Craco e scende a Scanzano (Jonio): occorrono più giorni.
In marzo ho avuto clima fresco, variabile, quasi sempre buono; consiglierei i mesi successivi o l’autunno, non l’estate, troppo calda e asciutta. Si trovano facilmente piccoli b&b buoni ed economici. È opportuno prenotare.
Il percorso si è svolto su strade asfaltate molto tranquille e con dislivelli quasi sempre moderati. Solo la fondovalle, per qualche chilometro inevitabile, ha traffico più intenso, ma con ampi spazi di sicurezza.
Ho usato scarpe leggere e protettive. Il carico sulle spalle era essenziale e leggero: 7 chili (max. 10).






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