Non ci sono più gli animali di una volta?

di Stefano Fenoglio (foto Batti Gai)

 Spesso si sente dire: «Non ci sono più gli animali di una volta». La constatazione che gli animali selvatici siano diminuiti nettamente negli ultimi decenni è una drammatica realtà per quanto riguarda il territorio in cui vive la maggior parte di noi. Guardando dal finestrino dell’auto mentre attraversiamo le nostre pianure vediamo infatti scorrere un ambiente completamente antropizzato, in cui è pressoché scomparsa qualsiasi traccia di naturalità. Pioppeti alternati a campi di mais, risaie, capannoni, estese monocolture: gli unici animali visibili sono quelli più tolleranti e adattabili, come le cornacchie o gli storni. Però, che non ci siano più «gli animali di una volta» è altrettanto vero anche per le zone montane e specialmente alpine, per la ragione opposta, perché… ce ne sono di più!


Per secoli le Alpi sono state un’area densamente popolata, caratterizzata dalla presenza diffusa di numerosi insediamenti umani e dall’estesa colonizzazione delle vallate alpine sino a quote elevate. Pur avendo sempre densità basse, se confrontate con le aree planiziali, le popolazioni alpine riuscirono a sopravvivere e a espandersi solo in virtù di un’unica, inflessibile strategia: l’utilizzo capillare delle scarse risorse ambientali disponibili.
Per secoli il lavoro dei nostri vecchi ha cambiato la fisionomia delle Alpi, abbattendo e riducendo le aree forestali, allargando e mantenendo vaste aree a pascolo, dissodando e terrazzando anche i versanti più acclivi per piantarvi la segale, il frumento o le patate. Qualsiasi animale selvatico che potesse avere un’utilità alimentare veniva catturato e consumato, mentre le specie che erano considerate nocive o in qualsiasi modo competitrici con le attività umane erano spietatamente braccate ed eliminate.
La presenza capillare dell’uomo sulle nostre montagne è testimoniata dall’incredibile quantità di borgate, malghe e mulattiere ormai ridotte a ruderi o tracce. Popolosi paesi e isolate frazioni punteggiavano i versanti delle nostre valli, collegati tra loro e con una miriade di alpeggi da una fitta rete di sentieri e carrarecce.
Attualmente, di questo antico mondo perduto sono rimaste solo le poche tracce che l’escursionista può incontrare nelle proprie passeggiate: qui una serie di muretti in pietra tra i faggi ricordano che questo bosco era un tempo un campo terrazzato, lì alcune pareti diroccate invase dalle felci sono quanto resta di un borgo, là ancora un pilone votivo semidistrutto e nascosto tra aceri e frassini rammenta che quel falsopiano era una via di comunicazione molto frequentata, che portava su in alto, a quel cumulo di massi e lastre che erano un tempo alpeggi.
 
L’abbandono delle Alpi, iniziato nella seconda metà dell’Ottocento, è andato progressivamente aumentando nei decenni successivi. Spinti dalla ricerca di condizioni migliori nelle pianure o più spesso oltralpe e oltre oceano, migliaia di nostri predecessori hanno lasciato per sempre le loro terre. Infine, l’industrializzazione a partire dagli anni ’50 dello scorso secolo ha definitivamente svuotato le montagne, portando un progressivo inurbamento della popolazione.
Lo spopolamento delle montagne ha avuto nefasti impatti dal punto di vista sociale, economico e specialmente culturale, ma qualcuno ne ha beneficiato. Lentamente, anno dopo anno, la vegetazione arborea ha ripreso il sopravvento su aree progressivamente sempre più vaste: frassini, aceri, faggi crescono ora dove prima c’erano prati e coltivi, mentre i pascoli in quota sono sempre più ricoperti dall’ontano verde, dal rododendro e dall’erica. Parallelamente alla crescita della copertura forestale nelle nostre montagne sono aumentati, lentamente, gli animali dei boschi.
 
A nessuno, tra i nostri bisnonni, poteva accadere di sorprendere i caprioli al pascolo in una radura oppure di sentirne il roco abbaio nella boscaglia. Questi nostri avi si sarebbero meravigliati della quantità di camosci e addirittura di stambecchi che attualmente popolano le vette e le creste, rimanendo probabilmente scossi e sconcertati udendo il possente bramito dei cervi maschi che tuona nelle serate di inizio ottobre. Analogamente, fino agli anni ’60-’70 del secolo scorso nelle nostre valli l’avvistamento o l’abbattimento di un cinghiale costituivano un evento eccezionale, unico, narrato a lungo da cacciatori e montanari. Fino a pochi anni orsono tutti questi grandi mammiferi erano assenti e pressoché sconosciuti, mentre attualmente possono essere localmente così abbondanti da essere comunemente osservati anche nei pressi delle abitazioni e lungo le strade.

 
Il ritorno di numerose specie è stato sicuramente aiutato ed accelerato da alcuni progetti di reintroduzione, ma questi ultimi sarebbero stati destinati al fallimento se non fossero stati realizzati in un contesto ambientale completamente mutato rispetto al passato.
L’abbandono delle montagne e la presenza di buone densità di ungulati sono fenomeni che hanno caratterizzato non solo le Alpi ma anche la dorsale appenninica, creando quel ponte geografico che ha permesso il ritorno di un predatore archetipico, che pare emerso dal mondo dei miti e delle leggende per insediarsi stabilmente in tutta la nostra area: il lupo.

Anche numerose popolazioni di uccelli si sono sviluppate notevolmente, sia come numero di individui che come areale occupato: ad esempio tutti i picchi, dal minuscolo picchio rosso minore all’enorme picchio nero sono molto più diffusi e comuni adesso che cinquanta o cento anni fa. Allo stesso modo i rapaci, sia quelli notturni come il gufo che quelli diurni come la poiana e l’astore, sono aumentati considerevolmente. Per non parlare delle aquile, figure simboliche della fauna alpina, un tempo rarissime e attualmente sempre più facili da avvistare sulle nostre montagne. Infine, la profonda alterazione delle nostre pianure, con la scomparsa dei boschi naturali e ripariali, ha fatto sì che alcune specie, un tempo molto diffuse anche alle quote più basse siano ormai osservabili quasi solamente negli ambienti montani, come la tordela, l’averla piccola e altre specie di uccelli. 
 
Tutto questo si traduce nel fatto che chi va in montagna adesso ha generalmente molte più occasioni di incontrare ed osservare animali in libertà rispetto anche solo a pochi decenni orsono. Purtroppo gli escursionisti e i camminatori che in ogni stagione percorrono i sentieri delle nostre Alpi spesso privilegiano l’aspetto paesaggistico o sportivo della loro esperienza, non arrivando ad apprezzarne la dimensione naturalistica. Con alcuni accorgimenti, possiamo arricchire le nostre passeggiate con osservazioni e incontri emozionanti, rispettando poche regole fondamentali:
  • •Orario. Numerosi animali, specialmente gli ungulati ed i mammiferi in genere, sono più facilmente osservabili nelle ore crepuscolari. Partire al buio ci permette di essere nelle zone più idonee all’alba, quando gran parte degli ungulati hanno un picco di attività. Ad esempio, percorrere un sentiero alle prime luci ci può permettere di osservare un gruppo familiare di caprioli al pascolo mentre camminare nello stesso tratto in tarda mattinata ci farebbe passare vicino agli stessi animali a riposo in un ontaneto, magari a pochi metri dal nostro percorso.
     
  • Atteggiamento. Per vedere gli animali bisogna essere “camminatori silenziosi” come diceva Mario Rigoni Stern. Infatti in montagna il minimo  rumore si può udire anche ad una notevole distanza, creando il vuoto attorno a noi. Per aumentare le nostre possibilità di osservazione occorre parlare sottovoce ed evitare rumori metallici. Buona norma può essere anche utilizzare punteruoli di gomma sui bastoncini da camminata ed evitare comunque di farli sbattere sulle rocce.
     
  • Abbigliamento. Parafrasando Franco Perco, si potrebbe dire che in montagna va bene vestirsi di qualsiasi colore purché sia verde. Senza arrivare a questo, occorre però evitare di indossare capi di abbigliamento dai colori sgargianti e vivaci, facilmente distinguibili sin da lontano e quindi fonte di allarme per la fauna alpina.







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