La trappola delle abitudini

Ripartire da zero

 «Ogni giorno qualcosa di meno, 

non qualcosa di più: 
sbarazzati di ciò 
che non è essenziale» 
Bruce Lee 
 
(di Giorgio Scepi Insegnante di Tecnica Alexander certificato STAT – The Society of Teachers of the Alexander Technique –, organizzazione alla quale si sono affiliate successivamente le associazioni di insegnanti di Tecnica Alexander formatesi in vari paesi del mondo dalla rivista Camminare n. 67)
 
è possibile che la nostra idea di benessere sia errata? È possibile che l’impegno e i sacrifici a cui ci si sottopone per mantenersi in forma non combacino, nel lungo termine, con la propria salute?
 
La maggior parte di noi è fatalista riguardo al proprio corpo; a seconda del caso, “ci si aspetta” di crescere alti, bassi, grassi, magri, ecc… Quando siamo giovani aspettiamo di crescere e di invecchiare, e diamo per scontato che il nostro corpo sia destinato a deteriorarsi. 
Certo, il tempo non gioca a nostro favore, ed è naturale invecchiare; quello su cui vorrei far riflettere è la “qualità” del nostro invecchiamento. La qualità è determinata da molteplici fattori come il cibo che assumiamo, l’aria che respiriamo e, in generale, dallo stile di vita che adottiamo per anni e anni. 
I fattori sopra citati sono – per ognuno di noi – in parte non “controllabili”; se vivi in una metropoli, probabilmente potrai fare poco per respirare aria pulita; e se ti affidi alla grande produzione alimentare, farai fatica a reperire prodotti “naturali” e di alta qualità...
 
Si tratta di un tema non più trascurabile, visto che innumerevoli studi sembrano convergere sulla stessa analisi: al netto di incidenti, terrorismo internazionale e calamità naturali, la durata della nostra vita è dettata per il 25 per cento dalla genetica e per il 75 per cento dallo stile di vita. 
Questi presupposti potrebbero scoraggiare il lettore. Sembrerebbe non esserci una soluzione valida al vero benessere. Ma anziché guardare a ciò che non possiamo fare, forse sarebbe il caso di spostare l’attenzione verso un elemento sul quale ognuno di noi ha – potenzialmente – il pieno controllo. A tale proposito è il caso di introdurre il concetto di uso di sé. Uso indica il modo in cui adoperare il proprio corpo momento per momento, vale a dire non solo quando ci si muove, ma anche quando si sta – apparentemente – in posizione di quiete; non solo quando si sta parlando ma anche quando si sta pensando, ecc… 
Il modo in cui usi il te stesso influisce profondamente sul funzionamento più o meno agevole di tutto ciò che hai in te. Se accorci il corpo, comprimi la circolazione, la digestione e la respirazione. Pertanto il modo in cui utilizzi te stesso influisce su ciò che sei.
 
La lezione preliminare, che le sottintende tutte, è una: il nostro nemico peggiore, nel quotidiano, è l’abuso che facciamo del nostro apparato psicofisico; una minaccia subdola e costante che, oltre a indebolirci, alla lunga, fa ammalare i nostri organi vitali. Tutta colpa delle abitudini. 
Facendo un semplice calcolo e ipotizzando sedici ore di veglia al giorno, per sette giorni alla settimana, otterremo centododici ore di attività durante le quali “ci usiamo” – spesso e volentieri male. Risulta quindi evidente come qualche ora di palestra o di ginnastica ogni settimana sono nulla, se paragonate alle ore di veglia e di uso quotidiano (centododici ore).
 
Proseguendo con questo ragionamento, possiamo fare una selezione dei movimenti in percentuale più adoperati durante l’arco della giornata. In quest’ottica tutti noi eseguiamo molto spesso due attività principali: camminare e alzarci/sederci da e su una sedia. 
Per esempio, quando vogliamo sederci, ci dirigiamo verso il sedile libero, ne valutiamo rapidamente l’altezza e ci piazziamo sopra senza pensarci due volte; nel far questo, la testa si ritrae e la colonna vertebrale si incurva. Nel sedersi la maggior parte della gente ritrae la testa all’indietro e verso il basso, atteggiamento che diventa ancora più evidente quando ci si muove. A proposito di ciò, F.M. Alexander scriveva: «Se chiedete a una persona di sedersi, e osservate attentamente i suoi movimenti, noterete un’alterazione della posizione della testa che viene spinta all’indietro, mentre il collo si irrigidisce e si accorcia. Il collo a sua volta esercita una pressione sul resto della colonna vertebrale creando un’alterazione della struttura naturale del corpo: gli organi interni hanno meno spazio per lavorare, i polmoni subiscono un restringimento, ecc… Quando nel corpo si sviluppano questi schemi, il portamento e l’equilibrio naturali vengono perduti determinando l’insorgere di vari problemi».
Guardiamo invece alla deambulazione, tema spesso sottovalutato. Tutti siamo convinti di saper camminare, visto che mettere un piede davanti all’altro dovrebbe essere un’azione naturale. “Dovrebbe”, perché in realtà si tende a confondere l’idea di naturale con ciò che è abituale. 
Non possiamo modificare il nostro modo consueto di fare le cose semplicemente decidendo di farle in un altro modo: la nostra volontà è potenzialmente libera ma, per renderla effettivamente libera di agire, ci occorrono alcuni principi relativi all’uso su cui basare le nostre azioni. 
Le nostre abitudini si sviluppano in modo inconscio spesso nella prima infanzia; forse abbiamo incontrato delle difficoltà e le nostre emozioni hanno modificato i nostri atteggiamenti posturali, oppure ci siamo sempre seduti in modo errato, e ora la nostra schiena è fuori allenamento. 
Le ragioni per cui sviluppiamo queste abitudini sono numerose. Crescendo e sviluppandoci acquisiamo anche un modo personale di reagire agli stimoli. Con il tempo le nostre reazioni e il modo in cui usiamo il corpo sia durante l’attività sia durante il riposo diventano comodi e familiari. Questi modelli abituali vengono fissati e, di conseguenza, le nostre azioni ci sembreranno sempre normali e giuste. 
Prima di modificare l’uso del nostro corpo, è necessario diventare consapevoli di quello che facciamo e di come lo facciamo, e imparare a riconoscere i nostri schemi. A quel punto dobbiamo fermarci, “opporre” resistenza alle reazioni automatiche e pensare a come attuare il movimento in modo diverso. 
L’allievo può essere o non essere consapevole dei suoi modelli di movimento abituali. In ogni caso quando l’insegnante gli mostra come riportare in equilibrio il peso del corpo, egli potrebbe sentirsi scomodo e impacciato, anche se questo nuovo stato è un miglioramento rispetto allo schema precedente, all’allievo sembrerà poco comodo e naturale. 
 
Sensazioni fuorvianti: 
La nostra consapevolezza sensoriale non è affidabile
Atteggiamenti abituali erronei ci sembrano normali 
Modifiche nell’uso del nostro corpo ci sembrano scomode 
 
È difficile spiegare le abitudini, spesso perché ognuno possiede le proprie. È quindi importante imparare a riconoscere alcuni dei modelli di movimento abituali maggiormente diffusi e adottati. 
Il modo più diffuso e adottato nel camminare si basa sul “rullare sui talloni”: la prima parte del piede che tocca il suolo per il 99% delle persone sono appunto i talloni. 
Finora una scena del genere è quindi considerata normale e naturale. Questo gesto è ovviamente automatico e inconscio. 
Ora proviamo a fare un esperimento. Togliamoci le scarpe e rimaniamo a piedi scalzi. Chiudiamo entrambe le orecchie usando le dita e facciamo qualche passo svelto in avanti, nel nostro modo abituale, rimanendo in ascolto. Dovremmo chiaramente percepire un “toc toc” che echeggia ad ogni passo, dai talloni fino al cervello. 
Il colpo di tallone non fa vibrare solo la colonna vertebrale e le articolazioni, ma anche tutti gli organi interni; e allora pensiamo a quanti passi facciamo ogni giorno, ogni anno, atterrando costantemente sui talloni. 
Proviamo ora a fare un secondo esperimento. Chiudiamo di nuovo le orecchie e camminiamo a passo svelto. Ma anziché farlo nel modo abituale, proviamo ad appoggiare prima l’avampiede e, successivamente, il tallone. Ora dovrebbe essere molto difficile percepire “il toc toc” di prima. 
In realtà siamo tutti “camminatori sulle punte”; per rendercene conto possiamo fare un altro piccolo esperimento. Rimettiamoci a piedi scalzi; rilassiamoci e, a occhi chiusi, molto lentamente facciamo un passo indietro: quale parte del piede si posa per prima al suolo? 
Proviamo a fare lo stesso esercizio in posizioni differenti: ci si potrà rendere conto che il movimento principale che impedisce di camminare agilmente sull’avampiede è la direzione in avanti, dove siamo “bloccati” nel nostro schema abituale di rullata sui talloni. 
 
Si può lavorare e provare anche a camminare cautamente all’indietro: eseguire questo esercizio lentamente può aiutare la propria percezione. 
Al riguardo, può sorgere un’osservazione. E infatti viene da chiedersi: «Ma se tutti camminano sui talloni, allora questo non è il modo corretto di camminare?». 
È vero in molti camminano rullando sui talloni, ma questo modo di camminare è stato da tutti noi adottato solo successivamente, perché da bambini, durante i nostri primi passi, non camminavamo sui talloni: solo successivamente abbiamo adottano questo modo “normale” di camminare imitando gli adulti. 
Un altro importante fattore è legato alla velocità e alla quantità di stimoli a cui siamo soggetti quotidianamente. Per esempio, al di là della postura che possiamo assumere mentre camminiamo, spesso lo facciamo a una velocità si pone tra il passeggiare e la corsa, una sorta di camminata veloce. È la velocità di quando si è in ritardo. A queste condizioni è molto difficile mantenere il buon uso: quello che si manifesta, infatti, è semplicemente l’uso abituale, il pilota automatico. 
La camminata veloce è uno dei tanti modelli di movimento adottati per rispondere alle esigenze della vita contemporanea. In natura un atteggiamento del genere è raro: se un animale se deve andare da un punto X a un punto Y, lo fa camminando o correndo, oppure alternando le due procedure.
 
 
Bibliografia
Godo - il modo giusto di camminare, Peter Greb, Ed. Mediterranee 
Il principio di Alexander, Wilfred Barlow Celuc Libri
Metodo Alexander per vivere bene, Ailsa Masterton Ed. Armenia
 
 

 







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