Walking artists?

Il cammino come arte

Di Gian Antonio Gilli | Da performance irripetibile a esperienza che richiede la presenta degli spettatori. Una vicenda artistica che da Bruce Nauman e Hamish Fulton si riverbera nella filosofia di Thoreau, di Robert Walser, di Werner Herzog. E che apre interrogativi – e possibili risposte – di grandi interesse.

 

Nella seconda metà del secolo scorso vi fu, nella pratica dell’arte, un cambiamento importante, relativo alla nozione stessa di “oggetto artistico”. Tale oggetto era visto da sempre come qualcosa di tangibile, e quindi di permanente: condizioni necessarie per attribuirgli un valore, anche economico. Anche per reazione a questo aspetto di “mercificazione” dell’opera d’arte, alcuni artisti teorizzarono l’oggetto artistico come qualcosa di intangibile, immateriale, e del tutto effimero.

L’espressione più frequente, e più nota, di questa aspirazione fu la performance, vale a dire un episodio di “recitazione” una tantum in cui l’artista metteva in atto una serie di azioni e di comportamenti corporei che, pur presenti nella vita quotidiana, per la “stranezza” della loro esecuzione, o per la loro ripetitività, apparivano come qualcosa di diverso dall’esperienza comune: qualcosa dotato di un proprio senso, seppure non sempre condivisibile dal comune osservatore. Un esempio (per restare nel tema di questa rivista) è la performance di Bruce Nauman, Walking in an exaggerated way... (1967-68; cfr. “Camminare” n. 61) in cui l’artista percorre lentissimamente, un piede dietro l’altro, il perimetro di un quadrato tracciato sul pavimento del suo studio.

 

L’articolo completo su Camminare 68 di gennaio/febbraio

 

 







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