Ridipingere il mondo

L’editoriale di Camminare 65

Quando il camminare illumina il paesaggio e restituisce dignità anche agli elementi più umili della realtà

 

di Roberto Mantovani | La ventata modernista della motorizzazione di massa, seguita al boom economico di fine anni ’50 inizio anni ’70, portò benessere per tutti. Contribuì a risolvere i secolari problemi economici di povertà e di fame atavica che ancora gravavano su frange tutt’alto che trascurabili del territorio dello Stivale. Favorì la costruzione di nuove e importanti arterie stradali. Fece aumentare il livello dei salari e portò lavoro. Dunque fu una specie di benedizione, dopo gli anni della dittatura, dell’autarchia e della parentesi orribile della guerra. E produsse anche una sferzata ai ritmi della vita. Il dinamismo della società industriale, che che si stava sostituendo ai tempi lenti della vita agricola, presto cominciò anche a incidere sulla vita sociale, sulle relazioni tra le persone. E determinò anche una vera e propria rivoluzione negli spostamenti tra i luoghi. L’apparizione del mercato dell’automobile, poi, iniettò sotto la cute degli italiani la sindrome delle corse e del cronometro. In breve, ciò che era veloce divenne sinonimo di modernità. E allo stesso modo in cui si portavano alla discarica i vecchi mobili di legno (quelli che oggi andiamo a cercare nei mercatini dell’antiquariato, pagandoli a peso d’oro), per sostituirli con quelli di formica, tutto quello che ancora si svolgeva secondo i tempi della natura veniva rigettato come antico, desueto, superato. Con questo non intendo dire che ai nostri connazionali del dopoguerra fosse venuto meno il senno. La voglia di lasciarsi alle spalle un passato pesante e i tempi duri dell’indigenza devono aver avuto un peso determinante nelle scelte e nelle mode di quel periodo. Ma è un dato di fatto che, con la fretta e l’urgenza di cambiare tenore di vita, in tantissimi casi si gettò dalla finestra non solo l’acqua scorsa, ma, come si suol dire, anche il bambino che ci stava dentro. Insomma, nel giro di una generazione buona parte della cultura tradizionale e della vecchia saggezza contadina finì tra le ortiche, come fosse anticaglia da rottamare. E fu regalata alla ruggine, tra l’incuria generale.

 

Con le abitudini della tradizione, sparirono anche le vecchie cose, e si smarrirono persino i loro nomi. Non che il passato fosse tutto da conservare, intendiamoci, ma parecchie cose dei tempi precedenti avrebbero potuto essere recuperate, migliorate, collegate con i ritrovati della modernità. Anche il mercato dell’automobile ha lasciato il segno e fatto creato danni collaterali. Non per l’auto in sé, che è uno strumento e un mezzo, e come tale ha un significato neutro. Ma per l’uso smodato che è stato fatto delle quattro ruote (a un certo punto era invalsa persino l’abitudine di andare dal tabaccaio, magari a cento metri da casa, al volante dell’utilitaria…). E che ha generato un’equazione, tutta italiana (poco presente nel resto d’Europa), ancora oggi dura a morire. Che vuole l’automobilista benestante e il podista morto di fame. In altre parole, nel giro di poco la smania della velocità è arrivata a cambiare la percezione del mondo. L’effetto finestrino ha regalato agli automobilisti una visione d’insieme più ampia del paesaggio ma ha cancellato i particolari, li ha resi invisibili. La confidenza che un tempo essi avevano con il suolo, con i campi, con i fossi, con i boschi, con le stradine degli agglomerati urbani e delle città ha cominciato a smarrirsi nel nulla. Non solo: stagione dopo stagione, gli elementi più a portata di mano nel quadro del paesaggio hanno conosciuto un processo di svilimento, si sono trasformati nei bordi di una pista per le auto, buona tutt’al più per buttarci rifiuti.

 

Sono cose che in fondo sappiamo tutti. Ma ci pensavo, l’altro giorno, mentre camminavo in compagnia di un amico più anziano di me, portatore di una memoria di lungo corso. Che a un certo punto, candidamente, mi ha detto che per lui le ore del cammino erano come le sedute di un restauratore in un atelier di pittura. Gli servivano a ripulire il mondo. A eliminare la patina scura depositata dal tempo sulla tela. A far riapparire i colpi di pennello, a restituire alla luce la gran quantità di cose che il trascorrere delle stagioni aveva quasi cancellato. Non era lui l’autore dei particolari che stavano lentamente riemergendo dopo la cura del restauro. Ma l’amico sfoderava lo stesso orgoglio del pittore che aveva fatto nascere il quadro della natura. Perché il suo muoversi lentamente a piedi gli regalava un strumento ormai fatto a pezzi dalla velocità degli spostamenti abituali: lo sguardo attento e indagatore della lentezza. E tutto questo grazie ai piedi. Che troppa gente si è dimenticata di possedere.







Elenco Commenti



Lascia il tuo Commento



 



Libro del Mese

Il canto di Santiago

Il canto di Santiago
«Piacere: José Antonio, devoto alla Vergine Maria, di mestiere pellegrino» «Orlando, devoto a Luigi Tenco, di mestiere cantautore. Piacere mio» &nb...