Camminare per cultura

L'editoriale di Camminare 64

Spulciando un vecchio diario di oltre quarant’anni fa, riflessioni e osservazioni che sembrano scritte oggi aiutano a capire quanto è tempo è stato necessario a sdoganare la proposta del cammino


«Mi piace camminare, ma lo sport – in sé – non mi dice nulla: le mie orecchie si rifiutano persino di ascoltare il suono di quella parola, tanto mi si presenta estranea».

 

Come gli altri passaggi virgolettati che seguono, la frase arriva da un quaderno che ho “ereditato” da un amico scomparso da molto tempo. Sono riflessioni di fine anni ’70, quando escursionisti e camminatori erano ancora considerati figli di un dio minore, fratelli sfortunati degli alpinisti. Io non ho aggiunto nulla. Ho solo lasciato che quei pensieri di tanti anni fa rotolassero sul monitor del mio computer. Mi sono limitato a collegare osservazione disperse in oltre un’ottantina di pagine. Rilette oggi, le riflessioni riproposte in questo editoriale appaiono attualissime. Eppure hanno più di quarant’anni… oltre venti lustri che – credo – possono darci la misura di quanto tempo sia stato necessario per far affiorare il valore del camminare in un mondo dominato dall’automobile e dalla velocità, e affamato di modernismo. Non aggiungo altro, e lascio correre i pensieri come li ho trovati, vergati a mano, sulla carta di quel vecchio quaderno. Lascio ai lettori ogni commento.

 

«Non cammino per devozione religiosa, e nemmeno per dimagrire; sono convinto che il ritrovarsi in forma dipenda più dalla mente che dalla ripetizione ossessiva del movimento. Vago alla ricerca di altri piaceri, assai più sottili, e per dare luce alla mente. L’ho sempre fatto e non ho scoperto nulla di nuovo, ho solo cercato di seguire una convinzione antica quanto la cultura, secondo cui l’illuminazione dello spirito viene favorita dal movimento degli arti inferiori e dalla respirazione profonda. Dai filosofi presocratici ai peripatetici, dai monaci medievali ai poeti, fino agli intellettuali […] della modernità e della contemporaneità, il piacere del camminare è stato spesso considerato funzionale all’igiene della mente e dello spirito. Certo, per molti secoli, molta gente ha continuato a spostarsi a piedi perché non poteva fare altrimenti. Si muoveva in quel modo per necessità, non per scelta. E non pensava affatto di dover espiare colpe, né di sgravarsi la coscienza da qualche peso inconfessato. Probabilmente non aveva nemmeno coscienza del significato profondo del camminare».

 

«[…] mi viene in mente che i primi tentativi di riflettere sulle implicazioni simboliche del viaggio a piedi sono successivi al medioevo. Penso che vadano collocati nel Rinascimento. È in quel periodo che si comincia a superare la concezione puramente strumentale del camminare e si pone l’accento sul suo valore culturale. Penso all’idea di “camminare il mondo”, ad esempio. E la situo al tempo delle scoperte geografiche e, più tardi, nel capitolo della scienza intesa come studio diretto della natura e non più dedotta dalle Scritture o dai libri degli antichi.

 

[…] E l’ultima metà del Settecento? Quella, poi, è stata fondamentale. La “rivoluzione dello sguardo” di quegli anni è stata essenziale. Si dice che la grande scoperta di quel secolo sia stata la montagna. È vero. Ma anche tutte le regioni in cui la natura regnava incontrastata sono state riscattate da quella rivoluzione. Grazie alle idee dell’Illuminismo e poi del Romanticismo, ambienti che prima apparivano disagevoli, orridi, brutture inguardabili, capaci di generare angoscia e smarrimento, si sono trasformati quasi di colpo in luoghi pittoreschi, interessanti, da frugare con cura, curiosità e attenzione. Meglio se lentamente, per osservare meglio. E quindi, a piedi.

 

[…] È in quell’humus culturale che si sono abbeverati i grandi camminatori del passato, da Rousseau ai pedestraian wanderers come William Wordswort, Samuel Taylor Coleridge, Willim Hazlitt; e poi filosofi del calibro di Nietzsche («bisognerebbe ogni tanto stare lontanai dai libri per sei mesi e camminare soltanto»), e ancora Henry David Thoreau, e John Miur, per non dire di Robert Louis Stevenson».

 

«C’è qualcosa di profondo nel camminare. Altro che sport o cure dimagranti. Al centro c’è la mente, soprattutto quella».

 







Elenco Commenti



Lascia il tuo Commento



 



Libro del Mese

Il canto di Santiago

Il canto di Santiago
«Piacere: José Antonio, devoto alla Vergine Maria, di mestiere pellegrino» «Orlando, devoto a Luigi Tenco, di mestiere cantautore. Piacere mio» &nb...