Non esageriamo…

L'editoriale di Roberto Mantovani - Camminare 62

“Esagerúma nén”, dicevano i piemontesi di un tempo. Ma erano maestri di under statement. Di sicuro, non sbagliavano. Forse dovremmo recuperare quell’antica saggezza anche quando si parla della nobile arte del camminare

 

Camminare fa bene, rende gli essere umani felici, li allontana dalle malattie, regolarizza la pressione, corregge la postura, facilita la digestione, libera la mente, aiuta a combattere l’insonnia, rilassa la pelle del viso, combatte le rughe. Che altro? Elimina anche la forfora? Secondo alcuni siti Web, creati dagli appassionati della deambulazione bipede, non ci sarebbero dubbi; anzi, i benefici sarebbero molti di più di quelli appena elencati. I piemontesi di una volta – abilissimi nel destreggiarsi in fatto di understatement – di fronte a una simile abbondanza di benessere, con un mezzo sorriso avrebbero sibilato: «Esagerúma nén». E infatti, il camminare un bel po’ di benefici è senz’altro in grado di regalarli, ma non è la panacea universale. Dunque, non esageriamo. Anche se…


Rileggevo, sere fa, alcune pagine de L’ivresse de la marche. Petit manifeste en faveur du voyage à pied, di Émeric Fisset, uscito in francese nel 2008 e apparso in italiano nel 2012, con il titolo L’ebbrezza del camminare. Piccolo manifesto a favore del viaggio a piedi. È un libro che tengo sul comodino e, di tanto in tanto, riprendo la sera, aggiungendo ulteriori note a matita accanto a quelle collegate alle prime letture. Lo trovo bello, interessante, adatto alla riflessione che precede il sonno ma non per questo poco energetico; anzi…

 

 


C’è un passaggio dell’autore, nelle prime pagine, che ho più volte sottolineato, e che mi pare il caso di segnalarvi, perché premia i podisti più incalliti, gli escursionisti seriali e, appunto, i viaggiatori. Scrive Fisset: «I momenti di felicità pieni ma fugaci che prova il camminatore occasionale non sono comparabili con l’ebbrezza che prova quando si trasforma in viaggiatore a piedi». E qualche riga dopo, ribadisce il concetto, aggiungendo: «Il viaggiatore è una forza che va». Un tentativo di riflessione, a questo punto, è d’obbligo. Che il cammino sia un viatico per rasserenare le ore più pesanti della vita, lo abbiamo scritto e ripetuto più volte.

 

Che predisponga al buonumore, è altrettanto lapalissiano. Senz’altro rappresenta un aiuto importante per riempire di contenuti anche l’esistenza più scialba. Probabilmente permette anche di costruirsi una corazza utile a fronteggiare le difficoltà del quotidiano. E un’esperienza prolungata di molti giorni, senza pause che non siano quelle dedicate al riposo e al sonno, e senza mai lasciarsi tentare dall’auto, aumenta in maniera esponenziale le sensazioni di benessere per il corpo e la mente. Tutto merito delle endorfine, quelle sostanze chimiche fabbricate dal cervello che producono una potente attività analgesica ed eccitante. Ma forse il termine ivresse, che può essere tradotto anche con ubriachezza, è davvero un po’ forte. Non arriveremo a usarlo nemmeno per commentare il caso di Forrest Gump…

 

Ma si sa come sono i francesi; e poi, durante il processo di traduzione in un’altra lingua, basta poco per equivocare le sfumature di significato. Ma noi, si diceva, abbiamo deciso di non esagerare. Anche se pare che, nel ventre profondo degli States, alcune sette religiose condannino sia la marcia sia la corsa, considerate alla stregua di pericolosi stupefacenti. I loro effetti, assicurano, sarebbero addirittura simili alla morfina e ad altre sostanze oppiacee. Fate un po’ voi…

 

 

 

Ph by Nicki Varkevisser







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