Sguardi autunnali

L'editoriale di Roberto Mantovani - Camminare 61

Odore di pioggia, di terra umida. Tra boschi che sono da tempo nel pieno del foliage. Sotto la volta di un cielo variabile, dominato dall’arco del sole che si muove su una traiettoria più bassa rispetto a qualche settimana prima.

 

L’arrivo dell’autunno è così da tempi immemorabili, sicché dovremmo essere tutti pronti al mutamento che il calendario annuncia da mesi. Eppure, ogni volta, il cambio di stagione è un colpo al cuore. Un sortilegio magico per il quale non esiste antidoto. Sono i momenti in cui il ricordo dell’estate si stempera in una nostalgia sottile, per alcuni difficile da accettare, che si dissolve solo nel momento in cui si avvicina il giro di boa della luce, quando nelle giornate più buie dell’anno si attende il ritorno della luce.

 

Ma è anche un momento in cui la metamorfosi del paesaggio regala una consapevolezza più profonda. Del tempo che passa, di se stessi, del mondo con cui ci si relaziona.

 

Un’importante lezione di saggezza che induce alla riflessione. Per certi versi è come se la Profondità del campo visivo percepita dal mirino della nostra fotocamera riducesse la sua portata, complice un cambio di ottica e una variazione di diaframma. Non più una visione ampia, grandangolare, capace di accogliere uno sguardo a largo raggio, ma un colpo d’occhio più limitato. In grado però di notare particolari che in precedenza passavano in secondo piano, depotenziati dalle dimensioni di uno scenario senza fine.

 

 

 

Non ci avete mai pensato, durante le vostre camminate del primo autunno? Una stradina al limitare del bosco, una mulattiera che si attorciglia a spirale sul costone di una montagna, un pianoro a mezza costa o un piccolo colle che, d’improvviso, regala un panorama inaspettato sono sovente in grado di regalare all’escursionista un palcoscenico inedito per distillare, in tranquilla solitudine e nel silenzio, il significato del proprio deambulare. Di più: il senso profondo della propria relazione con il mondo della natura, e persino il proprio posto sul pianeta.

 

D’improvviso può allora capitare che il ritmo del proprio respiro si trasformi nel suono di un mantra. Che venga percepito come il motore gentile del proprio essere. Come una testimonianza discreta della propria presenza. In quel frangente, per qualche misteriosa alchimia, è come se dall’annoso ceppo del proprio corpo, abituato a manifestazioni energetiche a volte persino intollerabili nella loro ostentazione, si sprigionassero capacità d’ascolto insospettabili. Sono momenti in cui il camminare cessa di essere solo progressione sul terreno e spostamento nello spazio. E diventa, piuttosto, un mezzo per sintonizzarsi su lunghezze d’onda sconosciute, per entrare in ricezione e assorbire sensazioni mai provate in precedenza, per captare segnali che sembrano giungere da dimensioni lontane, per per esplorare, in contemporanea, dentro e fuori dal proprio edificio interiore, le profondità dell’esistenza.

 

Sarà colpa della suggestione dell’ambiente, dell’atmosfera struggente e ovattata che sembra mangiarsi lo spazio circostante, dell’inaspettata intimità con se stessi, dei rumori della natura che giungono attutiti al nostro orecchio: sta di fatto che certi giorni d’autunno sono davvero un invito a cambiare marcia al nostro modo di trascinare in avanti la vita.

 

Nulla di triste, di angoscioso o di depressivo. Non è il caso di disperarsi, non è il nostro motore che sta andando fuori giri. È il nostro istinto che si risveglia. In maniera concreta e, nello stesso tempo, in modo simbolico, attraverso il movimento degli arti e il lavorio della mente. Ed è bello che questa lezione straordinaria avvenga anche e soprattutto grazie al cammino.

 

 

 







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