Marino Magliani | martedì 22 marzo

L'importanza di una storia

Marino Magliani, Il canale bracco


Non mi soffermo mai sui ritorni verso casa. Forse perché di loro ricordo sempre troppo poco. I colori hanno uno scarto, sulle acque scende la cenere blu del passero solitario, l’aria sembra avere fretta. Ma c’è silenzio, e allora sto ancora un po’ lì, in attesa che i lampioni si accendano. Di solito queste cose mi colgono nei pressi di qualche pensilina, e autobus che tornano a Zeewijk ne passano ogni quarto d’ora.


Salgo, mostro la mia carta magnetica allo schermo, attendo il beh-beh, e poi, se è libero, preferisco un posto al finestrino, in testa, perché dietro ci si carica di studenti e decibel.


Guardo fuori, la nebbia e i vapori, i canneti, le lucette delle bici, in una gradazione che dal colpo d’ala blu cenere passa direttamente alla stanchezza delle palpebre. Non so chi disse che certe opere si dovrebbero leggere in un privilegiato stato di dormiveglia. A me pare che in uno stato del genere si dovrebbe anche scrivere e fare altre cose, ad esempio guardare fuori dal finestrino dell’autobus. Ma il rischio è che dopo un po’ non sai più se sogni o guardi. Sul mondo oltre il finestrino non ho dubbi, sarà anche bello, ma uno lo scorda così in fretta per conservarne un’immagine chiara, quando arriva la sua fermata. Si dovrebbe ricreare l’ambiente altrove, assocciare un paesaggio a quella sensazione di caldo del bus che dopo un po’ scioglie i muscoli, alla maglietta sudaticcia anche se fuori fa molto freddo, le calze bagnate e i fruscii del gore-tex, lo zaino da spostare se qualcuno si vuole sedere accanto. E allora sì, per incanto, per un momento... In effetti, tutto questo avviene, i miei gesti si ripetono, e giorno dopo giorno, sul bus, risento il calore, i muscoli si rilassano, i decibel, la stanchezza... e faccio in tempo a guardare fuori e rivedere il blu cenere del passero solitario.







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