Nilo Marocchino | mercoledì 23 marzo

Pellegrinaggio in Armenia

Da Etchmiadzin ad Aruk

 

Aruk 4 settembre 2011

 

Nilo Marocchino, Armenia | Peregrinando lungo la Via della Seta

 

Nella notte poche gocce di pioggia hanno rinfrescato l’aria. Ieri, un pomeriggio assolato e caldo ed alla sera un’atmosfera quasi soffocante. Alba con nuvole sparse che presto il sole dissiperà.
Rare macchine corrono sulla strada lasciando una scia di gas irrespirabile. Campagna aperta e piccoli gruppi di case contadine; pur umili, sono abbellite da siepi ed aiuole fiorite. Alla destra, a poco più di un chilometro, le grandi ciminiere svasate di una centrale nucleare disperdono nel cielo vapori bianchi apparentemente innocenti.


Aragats, case sparse ed un umile spaccio, merce povera, dove acquistiamo bottigliette d’acqua e un pacco di biscotti, le nostre provviste per arrivare a sera.
Raffaele ha trovato su google maps una strada bianca che, evitando la nazionale, attraversa l’altopiano, un itinerario più diretto ma senza possibilità di appoggio. Da Aragats un dedalo di sentieri che attraversano piccole vigne e frutteti si intrecciano e si confondono tanto che non è facile tenere la direzione giusta. Passi inutili e si ritorna al punto di prima... Riusciamo infine ad imboccare uno sterrato evidente e diritto.

 


Incontriamo un contadino che ci invita a raccogliere alcune pesche dai suoi alberi: offerta provvidenziale che disseta e ristora, ma gradita soprattutto perché dimostra la generosità di un’umanità semplice.
Meno possiedi e più sei generoso nei confronti del prossimo. Esperienza che spesso ho incontrato nel mio peregrinare.


Mi sono rimasti pochi sorsi d’acqua, il terreno è accidentato e ho difficoltà a tener dietro ai miei compagni; la caviglia destra, reduce da un banale intervento chirurgico, lamenta la fatica. L’altopiano è diventato arido, quasi desertico. La strada polverosa avanza tra sassi e magre stoppie gialle e si perde sulle lontane ondulazioni del terreno. Una cicogna vola alta nel cielo. Improvviso appare uno stormo di rondini e svanisce nell’azzurro.

 


L’attraversamento, una decina di chilometri, consente di raggiungere la nazionale che corre più a nord sotto una catena di dolci rilievi. Macchie di verde e tetti di case che brillano individuano i villaggi lontani.


Raggiunta la nazionale, in un campo, a poche decine di metri, scopriamo una stele in pietra con la croce, un antico khatchkar. I miei compagni si fermano a fotografarla. Io proseguo. Nel mio passo cadenzato, un po’ meno svelto ma che tuttavia arriva ovunque, ritrovo l’atmosfera della serena solitudine. L’asfalto si perde diritto a vista d’occhio; a sinistra campi arsi e a destra la montagna uniformemente gialla che sale lentamente verso passi sconosciuti. Pare una fuga verso il nulla.
Inumidisco la gola con gli ultimi sorsi d’acqua bollenti. Percorro almeno quattro chilometri con questo esaltante stato di grazia in cui quasi non percepisci ne sete ne fatica. I compagni, punti neri alle spalle, tenacemente si stanno avvicinando. Li aspetterò in cima a quel dosso lassù nella curva dove un albero pare possa concedere un poco d’ombra. Ecco, dietro alla svolta, miracolosamente appare una minuscola casetta, poco più di una capanna. Si affaccia una vecchietta che vende acqua fresca e gelati. Non è un miraggio. È tutto vero!
Una sosta al fresco ci voleva.


Da Aruk ci separano ancora sette chilometri. Ristorati, camminiamo in scioltezza. Raffaele, che ha una buona voce, inizia a cantare “Signore delle cime”, dapprima quasi tra sé poi in crescendo. A poco a poco ci uniamo pure noi, sommessamente. Preghiera che si eleva nella solitudine di una terra lontana a ricordare in comunione gli amici scomparsi e noi che continuiamo a vivere. Preghiera che commuove chi ha vissuto l’emozione dell’amicizia e della bellezza del creato condiviso.


“Signore delle cime, accompagna in cielo il mio amico, il mio fratello...”.


Penso ad un amico che conversando con me snobbava questo tipo di canti ritenendoli mielosamente patetici. Con malcelato fastidio contesto la aristocratica pretesa di taluni di commuoversi soltanto dinanzi alla grande musica.
Se non è il Requiem di Mozart...

 


Senza voler competere col Sublime, direi che queste nostre emozioni, proprio perché espressione spontanea dell’anima comune, mi toccano il cuore. In tutti noi, dinanzi alla misteriosa magnificenza della Vita e del Creato, può sgorgare un ricordo, un ringraziamento, una preghiera, un canto, anche se un po’ stonato.


Ad Aruk è segnalata una cattedrale importante. Già il termine di cattedrale fa pensare ad una costruzione imponente. Troviamo invece una chiesa del VII secolo, e non è poco, chiusa e nascosta tra le case del piccolo villaggio. In rovina, richiederebbe un sostanziale restauro. Spesso veniamo ingannati dalla concezione e dalla potenzialità dell’architettura europea per cui il termine di cattedrale può far pensare ad una grande costruzione, in effetti, qui in Armenia ogni cosa va ridimensionata e non potremo mai aspettarci complessi come le nostre basiliche (si pensi alle basiliche romane, al duomo di Milano, di Firenze, di Pisa...). Qui si sono sviluppate un’altra storia e un’altra tradizione.


Domenica, tutto tace nella sonnolenta atmosfera di un pomeriggio assolato. Nel villaggio non esiste albergo. Dopo le inevitabili difficoltà ad essere compresi, un giovane ci accompagna in macchina al Maruk Motel a qualche chilometro lungo l’autostrada. È un complesso moderno, vera cattedrale nel deserto, costituito da due nuove costruzioni che all’esterno rispettano il classico stile armeno, rivestimento in blocchi di tufo rosa. All’interno la struttura è moderna e funzionale, anche se squallidamente spoglia. Il motel ostenta un’eleganza di cattivo gusto: soffitti in cartongesso con faretti incassati, stucchi, tendaggi, pizzi, specchi e... cuscini a forma di cuore. Deprimente alcova per coppie clandestine.

 


Come pellegrini ci sentiamo fuori luogo, ma, regola della necessità, tocca dormire con un compagno in un unico letto. L’importante è che la promiscuità del reciproco russare permetta una notte relativamente tranquilla; comunque stiamo sicuramente meglio degli antichi viaggiatori che percorrendo la Via della Seta sostavano al caravanserraglio di cui scorgiamo le rovine a poche centinaia di metri.


Le tre donne che gestiscono il motel non conoscono una parola di inglese, zero, tuttavia riusciamo ad ottenere una cena soddisfacente: involtini di carne in foglie di vite e un ottimo vino bianco.


Sazi, ci ritireremo che appena annotta. Foschie rosa stanno illividendo la cima del lontano Ararat. Siamo troppo stanchi per indugiare a godere di un cielo che si riempie di stelle.







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